Oggi lo chiamiamo così, ma negli anni '90 non aveva ancora un nome. Era solo quell'estetica strana che vedevi ovunque: Prima Guerra Mondiale che non era mai finita, cieli pieni di Zeppelin grandi come città, piloti con sciarpa di pelle e occhialoni, e robot zeppi di rivetti e pistoni alti dieci metri. Era il retrofuturismo come lo immaginavano negli anni '30. È stato il decennio d'oro di questo genere, prima che venisse fagocitato dallo steampunk più lucido e dal cyberpunk.
Il dieselpunk non nasce dal futuro, nasce dalla nostalgia per un futuro che non c'è mai stato. Negli anni '90 c'erano due motori culturali:
La fine della Guerra Fredda. Senza più il futuro nucleare a terrorizzarci, ci siamo rifugiati in un passato più eroico e meccanico. Niente computer, solo motori a scoppio, diesel, acciaio saldato.
L'Art Decò che torna. Architettura fascista, manifesti di propaganda, linee aerodinamiche. Tutto quello che era stato il modernismo tra le due guerre è diventato improvvisamente cool. E il setting perfetto per farlo funzionare era uno solo: e se la Grande Guerra non avesse portato alle trincee e al fango, ma a un'età dell'oro dell'aviazione?
I tre pilastri dell'estetica '90
Se prendi un'opera dieselpunk di quegli anni, ci trovi sempre le stesse cose:
La Prima Guerra Mondiale infinita. Non è la WWII. È la guerra del 1914 che si è evoluta senza fermarsi. Niente blitzkrieg, ma assi dell'aviazione come cavalieri medievali, biplani personalizzati, onore, duelli. La guerra è ancora romantica, artigianale.
I Dirigibili come portaerei. Lo Zeppelin non è esploso a Hindenburg. È diventato il re dei cieli. Corazzate volanti lunghe 300 metri, con hangar interni da cui partono squadriglie di caccia. Una base mobile imperiale. È l'idea più dieselpunk di tutte: lenta, enorme, incredibilmente vulnerabile e incredibilmente maestosa.
I Mecha a pistoni. Non sono i Gundam giapponesi lisci e al plasma. Sono i Gear Krieg. Sono robot tedeschi con croci di ferro, camminatori americani rivettati come locomotive, samurai di Sakura Taisen a vapore. Camminano perché il motore diesel è troppo pesante per volare bene, e cigolano. Senti il peso.
Immaginala: 1916, Verdun. Il cielo non è pieno di biplani di tela, ma di Zeppelin corazzati lunghi 300 metri che si bombardano come corazzate navali. Dalle trincee fangose non escono carri Renault FT, ma Landkreuzer alti 12 metri, con gambe articolate, caldaie a vapore che sbuffano e un equipaggio che pala carbone urlando in tedesco. Gas, ottone, rivetti, fuliggine. È dieselpunk al 100%. E non è mai diventato un film. Non uno vero.
La Seconda Guerra Mondiale al cinema è diventata un parco giochi: nazisti occultisti, super-soldati, Wolfenstein. Ci siamo abituati a profanarla. La Grande Guerra no. È rimasta sacra, e in modo scomodo. È la guerra del trauma, del fango, dell'inutilità. Non c'è un cattivo chiaro da abbattere con un mecha, ci sono imperi che crollano e ragazzi mandati a morire per 50 metri di terra. Hollywood sa come vendere il D-Day. Non sa come vendere la Somme con robot a vapore senza sembrare di cattivo gusto. È troppo tragica per essere pulp, e troppo pulp con i dirigibili per essere presa sul serio come 1917. Resta incastrata in mezzo. Nessuno studio vuole il titolo: Avete trasformato mio bisnonno morto a Caporetto in un anime sui robot.
Per fare un dieselpunk credibile non ti basta la CGI. Lo steampunk puoi farlo in un magazzino: ottone, ingranaggi, un paio di costumi. Il dieselpunk della Grande Guerra è industriale pesante. Servono flotte di dirigibili, non uno solo, ma decine con fisica, ombre e incendi di idrogeno. Servono mecha sporchi, non Gundam puliti, ma macchine che perdono olio, vapore, che affondano nel fango. Ogni passo deve pesare tonnellate.
Servono trincee infinite, fango, filo spinato, pioggia perpetua. Sky Captain and the World of Tomorrow nel 2004 ci ha provato a fare dieselpunk puro e ha floppato con 70 milioni di dollari di perdita. Da allora la lezione a Hollywood è chiara: se non hai un IP da un miliardo dietro, non costruisci un mondo da zero così costoso. E il WWI-dieselpunk non ha un IP.
Non c'è un romanzo famoso come Dune, non c'è un videogioco da 50 milioni di copie. C'è solo Iron Harvest e qualche manuale di modellismo.
Nessuno sa definire il genere, quindi nessuno sa venderlo
Chiedi a 10 nerd cos'è il dieselpunk e ne ottieni 10 risposte diverse. Per alcuni è anni 20-40, Art Deco, motori diesel. Per altri è proprio quello che descrivi tu: caldaie a vapore, quindi è più teslapunk o steampunk tardivo. Per i produttori è un incubo di marketing. Il trailer come lo fai? Se dici steampunk la gente si aspetta cappelli a cilindro e occhialini. Se dici dieselpunk il pubblico generalista non sa cosa sia. Se dici Prima guerra mondiale con i robot la gente pensa a Sucker Punch o a Mutant Chronicles, cioè a qualcosa che non è nemmeno del tutto fantascienza. I generi che funzionano al cinema sono immediati: western, supereroi, zombie.
Un 1914 alternativo con Landkreuzer P.1000 Ratte che funziona davvero richiede almeno 20 minuti di spiegazione.
Abbiamo avuto i tentativi che hanno spaventato tutti: Sucker Punch (2011) con trincee, mecha e Kaiser a vapore, flop. Mortal Engines (2018), città su ruote, estetica dieselpunk, Prima Guerra come mito di fondo, disastro da 150 milioni di perdita. Wonder Woman 1984 ha provato a fare dieselpunk leggero e ha deluso. L'unico posto dove la tua idea vive davvero è dove può vivere senza chiedere 200 milioni a uno studio: nei videogiochi come Iron Harvest e Valiant Hearts, nei corti su YouTube e nelle illustrazioni di Jakub Rozalski. E forse è giusto così. Al cinema deve piacere a tutti. Un Landkreuzer a vapore che calpesta un cimitero di Verdun mentre un dirigibile in fiamme gli cade addosso è un'immagine troppo bella, troppo specifica e troppo triste per piacere a tutti.
Quindi, dove può rinascere? Non al cinema, almeno non come blockbuster da 200 milioni. Il futuro di questa idea è in tre posti: una serie animata in stile Arcane, dove il fango e l'ottone costano meno; un videogioco tripla A con una campagna single-player; o un film europeo mid-budget, sporco, alla Le Chiese Nere di Del Toro, che non deve rendere un miliardo. Fino ad allora, resterà il genere più bello mai girato, proprio perché non è mai stato girato.











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