giovedì 10 gennaio 2019

Cacciatore di Vlainoc



Capitolo 1


Gannikar e la sua donna Dreisa arrivarono nella valle della Fortezza Umnok, portavano con loro il figlioletto Midro.

La Fortezza era in rovina da quando gli Umnok erano stati sconfitti dalle terribili orde del Nord. Eppure, anche se con parti di mura abbattute e col muschio che saliva dal basso sempre più aggressivo, la struttura appariva ancora oggi imponente: le quindici torri esagonali si innalzavano come picchi inaccessibili e quasi toccavano le nuvole.

Si diceva che bande di massacratori avessero fatto di quel posto la loro base, ma Gannikar sapeva che non era vero. E il motivo era semplice, gli Umnok erano potenti stregoni, praticavano la magia nera e il popolo violento e rozzo dei massacratori li temeva... anche da morti.

I massacratori erano pericolosi e incontenibili, il villaggio degli uomini non era sicuro quanto il luogo maledetto in cui aleggiava ancora lo spettro degli Umnok e per questo motivo Gannikar veniva qui con la famiglia. Questo posto era il più sicuro.

Per lui, oggi era un altro giorno di caccia al vlainoc, l’uccello dalle carni pregiate. E la sua donna con suo figlio dovevano aiutarlo nel trasporto delle prede fino al villaggio.

Guardò verso l’alto le altissime torri. Le erbacce crescevano dappertutto e la pietra scura mostrava innumerevoli fessure, utili per arrampicarsi. Forse era possibile entrare nelle rovine e salire dall’interno, ma poteva farlo un uomo libero da impicci, non un cacciatore di vlainoc con la sua ingombrante bardatura.

Dreisa e Midro l’aiutarono a vestirsi, poi si ripararono dentro le mura, passando per una grossa spaccatura. E si tirarono dietro il piccolo carrello che avevano portato per il trasporto della selvaggina.

Gannikar controllò l’attrezzatura. Le ali pieghevoli e la balestra coi quattro arpioni. Controllò i quattro rulli alla cintura, poi sorrise alla sua donna. Lei, da lontano, seminascosta dalla pietra, ricambiò. Anche il piccolo Midro fece capolino e lo guardò con occhi sognanti. Lo guardava e vedeva un eroe, il suo eroe.

***

Iniziò a salire. Si arrampicava come un ragno, le dita sembravano artigli che facevano riuscivano a far presa sui massi. E questo perché possedeva una forza superiore a quella degli altri uomini del villaggio e nessuno sapeva il perché. Si sapeva solo che pochi erano come lui e che tutti cacciavano i vlainoc.

Salì e salì ancora.

A un certo punto si voltò a guardare la sua famiglia, era certo che lo stessero osservando, infatti li vide affacciati dal loro nascondiglio. Li vedeva piccolissimi. Sorrise.

Volse lo sguardo in su e continuò a salire, pietra dopo pietra.

Salì ancora. Si fermò solo quando fu quasi in cima. Appena trovò la giusta apertura: una larga falla delimitata da mille crepe. Probabilmente la devastazione per un colpo di trabucco.

Salì sulle pietre sconnesse. Si eresse in piedi e si affacciò sul baratro. Tirò la leva che mosse un ingranaggio dell’attrezzatura, le ali si dispiegarono e si sporse in avanti.

Saltò.

Iniziò a planare con eleganza. Dal basso, in controluce, l’aliante cacciatore con la balestra spianata assomigliava a un grosso rapace.

Volteggiò tra le torri scendendo imperioso, aggressivo e attento. Pronto a scorgere la preda.

Girò intorno alla prima e poi ancora tra la seconda e la terza. E proprio passando radente a questa, sulla parete in ombra, scorse due vlainoc artigliati alla pietra: si mossero spaventati e iniziarono a volare tentando la fuga.

Gannikar li mirò col cannocchiale dell’arma. Lanciò un dardo, poi subito un secondo. Andarono a segno entrambi e gli uccelli, trafitti, precipitarono. I volatili restarono attaccati ai rulli della cintura grazie ai dardi collegati con le funi.

Appesantito, prese a scendere più veloce ma mantenne la calma. Sapeva quello che faceva. Compì un’ampia curva e girò intorno alla torre. Più in basso saltarono fuori altri tre vlainoc. Salirono in formazione verso di lui, poi virarono all’ultimo, per sfuggirgli.

Mirò con calma, calcolava sempre un anticipo e tirava il grilletto al momento giusto.

Partì il primo colpo. Il volatile fu infilzato in pieno, e andò in vite.

Ne mirò un altro, sentì lo strattone del terzo animale che rimaneva appeso e tendeva a tirarlo giù. E tenne conto anche di questo mentre mirava.

Sparò.

Centro anche sul quarto! Lo vide precipitare e poco dopo ne sentì il contraccolpo. Ora li aveva tutti e quattro a carico. Il quinto ormai era in fuga e lui non aveva più arpioni, la caccia era finita.

Si accorse che planava troppo forte. Afferrò le due grosse leve che arrivavano da dietro, all’altezza dei fianchi. Tirò forte. Le ali, mediante un complesso meccanismo a ingranaggi, sbatterono lente. Rimandò indietro le leve con fatica e ripeté l’operazione. Le ali sbatterono ancora imprimendo portanza. L’angelo lottava contro l’aria per farsi sostenere. Mosse indietro le leve e poi tirò ancora. Un altro sbatter l’ali potente si scatenò, sentì che poteva bastare, aveva ripreso a planare in modo regolare.

Virò in mezzo alle torri successive e scese. Scese verso la sua famiglia.

Le prede appese toccarono terra prima di lui, strisciando sull’erba e sui sassi. Arrivò vicino al suolo. Mandò indietro le leve e poi tirò ancora, le ali si mossero un’ultima volta, possenti. E gli permisero di atterrare dolcemente. Subito si ripiegarono.

Midro gli corse incontro e lo abbracciò: «Papà!» strinse più forte che poteva.

Dreisa che avanzava subito dietro gli arrivò davanti, lo tirò a sé prendendolo per la giacca e lo baciò.

«Non hai sbagliato un colpo!»

«È andata bene. Barattando questi avremo pelli calde per la notte e viveri».

Gannikar si sganciò le cinghie dello spallaccio e la cintura coi rulli. Dreisa l’aiutò. Mediante una manovella arrotolarono le funi.

Midro estrasse i dardi dai vlainoc aiutandosi con un pugnale e li posizionò sul carretto. Poi, tutti insieme, vi caricarono anche l’attrezzatura alare e la balestra.

Iniziarono a spingere, era ora di tornare a casa.

Capitolo 2
Gannikar e la sua famiglia arrivarono sulla collina. La Fortezza Umnok, vista da quel punto, appariva ancora più imponente e tetra, ma la natura aveva preso il sopravvento. La vegetazione la accerchiava, le piante rampicanti la ghermivano ogni giorno di più. L’immenso maniero degli stregoni neri si sgretolava col tempo.

Non si sapeva molto delle terribili orde del Nord, ma la leggenda narrava che i massacratori facessero parte di quelle schiere. E che fossero i meno pericolosi, in quanto mostri solo a metà, e soltanto di notte.

I massacratori erano in guerra con gli uomini da almeno mille anni. E tutto quello che c’era di documentato su pergamena non arrivava a un’epoca così remota, per cui la storia antica, tramandata a voce, era divenuta confusa.

Si raccontava che gli stregoni neri, nel disperato tentativo di salvarsi, avessero infuso la bestialità delle orde in alcuni uomini, creando abomini. E c’era chi giurava che anche oggi, in alcuni sfortunati, restasse latente una forza demoniaca pronta a esplodere all’improvviso. C’era chi lo giurava, ma Gannikar era sicuro che fossero solo degli invasati.

Raggiunsero le porte del villaggio di Alekma dopo una mezza giornata di cammino. C’erano intorno, tanti grassi mammiferi pelosi che pascolavano lenti masticando l’erba. La loro carne era insipida rispetto a quella dei vlainoc, considerati merce pregiata e venduti a chi poteva permettersi di comprarli. In pratica, i grassi mammiferi erano per i poveracci, i vlainoc per gli abbienti.

Due uomini nascosti tra gli alberi, armati con balestra e spada, fecero un cenno di saluto, erano le vedette esterne. Permisero loro il passaggio. Una palizzata proteggeva le case in legno e pietra della comunità e proprio in quel momento un portone si spalancò per farli entrare.

In mezzo alle abitazioni sorgeva il Korvho, un palazzo massiccio dall’architettura arcaica. Una rocca che doveva assicurare sempre un’estrema difesa.

L’arconte qui risiedeva e amministrava il suo potere. Era il capo, era la Legge e il suo volere non si poteva discutere. Era anche il sacerdote del culto del Sole e da lui dipendeva l’intercessione per avere buoni raccolti o per evitare epidemie tra il bestiame.

Ogni villaggio degli uomini aveva il suo arconte e ogni villaggio era una comunità a sé. Difficilmente nascevano alleanze, tranne quando diventavano necessarie per fronteggiare gli attacchi dei massacratori. Ma in questi casi si portavano dietro scarsa collaborazione.

Spinsero il carretto carico di selvaggina sul sentiero principale del villaggio. C’erano persone che andavano e venivano, indaffarate a portare pelli e casse di legumi, oppure ferme davanti alle case, a lavorare con attrezzi in legno.

In mezzo alla piazza principale c’era la grande pompa meccanica, con ingranaggi sempre in movimento grazie ai moltiplicatori che sfruttavano il vento e tiravano su acqua. Acqua a disposizione di tutti.

Due bambini vennero incontro a Midro correndo. E lui alzò gli occhi a suo padre aspettando un segno di assenso per seguirli nei giochi. Gannikar sorrise e annuì. E in tre corsero via lungo la staccionata della casa del fabbro, per chissà quale avventura scaturita dalla loro fantasia.

«Gannikar, vedo che hai fatto buona caccia, oggi!» disse Tskall, un altro cacciatore di vlainoc, che si avvicinava camminando tranquillo.

«È andata bene. Vado al Korvho, per barattarli con ciò che mi è utile».

«Ti propongo una sfida: chi di noi abbatterà più vlainoc in un sol giorno avrà diritto a prendersi anche quelli dell’avversario. Che ne dici?»

«Mi alletta. Ma non vorrei farti piangere come una donnicciola quando mi vedrai partire col frutto della tua caccia».

«Ah, ah, ah! Riderò invece... riderò perché resterai a mani vuote».

«Ci vediamo alla Fortezza, allora. Ma ricordati che sarò io a fare il bottino più grosso. Vedrai!».

Tskall rise ancora.

«Quando saremo lassù, mi vedrai volare più in alto di te, l’unico tuo vantaggio sarà rinfrescarti alla mia ombra».

Dreisa strinse la mano di Gannikar e lo tirò per sottrarlo a quella stupida perdita di tempo. Tskall non aveva una donna intelligente che lo guidava nelle scelte, per questo era pericoloso. Tutto il profitto che ricavava dalla caccia lo sperperava barattandolo con giare di idromele e con qualche ora passata insieme a donne compiacenti. Lei non voleva che Gannikar lo frequentasse, perché poteva cambiarlo.

Ma la sfida era ormai lanciata e accettata. Tskall puntò il dito su Gannikar e strinse un occhio. Rise beffardamente, li superò e se ne andò per la sua strada, probabilmente pregustando la futura vittoria.

Dreisa non era per niente contenta per come il suo uomo cadesse in simili tranelli. Rischiare la vita ogni giorno per sfamare la famiglia era necessario, ma aumentare i rischi in una stupida competizione poteva renderlo meno accorto e condurlo alla morte. Cosa avrebbe fatto senza di lui? Che futuro avrebbe avuto suo figlio, visto che non era ancora un uomo? Puntò Gannikar stizzita. Lui ebbe una smorfia d’imbarazzo e guardò altrove, sicuro che la tempesta sarebbe passata presto.

Camminarono in mezzo alla gente, fino alla struttura centrale: il cuore del villaggio, il Korvho.

L’entrata era sorvegliata dagli armigeri dell’arconte. Questi osservavano chi entrava e chi usciva con distacco pronti a bloccare i turbolenti o chi a intuito sembrava rappresentare un pericolo. Alcuni di loro non erano neppure del villaggio, molti venivano assoldati tra gli esiliati erranti, gente scacciata dalla terra natia.

Gannikar abbassò lo sguardo per non provocarli, era vero che la guardia armata risultava dura con i villici, ma era anche vero che rappresentava la miglior barriera contro i massacratori. E la difesa, in questi anni bui, era importante.

***

Entrarono nel palazzo, che si allargava in un grande atrio rotondo, con ruvide pareti in pietra illuminate da innumerevoli fiaccole. Al centro, rialzato da alcuni gradini c’era un trono in legno finemente intagliato. L’arconte, comodamente seduto su quello scranno dava udienza.

C’erano cacciatori, donne che offrivano il loro corpo, mercenari di guardia e galoppini che trattavano gli affari per il loro padrone.

Gannikar notò subito, fra tutti, un gruppo di emissari del villaggio di Emyria. Avevano il vessillo del fuoco stampato sull’armatura. Quello più alto, che doveva essere il capo, parlò.

«Emyria è stata attaccata due volte, in questi giorni. Siamo a chiederti rinforzi. Devi mantenere il nostro patto di alleanza, come noi abbiamo fatto quando siete stati attaccati».

«Un debole patto!» gracchiò l’arconte con la sua voce stridula, «avete portato aiuto pretendendo un tributo esoso. I vostri soldati mi sono costati quasi la metà delle mie risorse. L’arconte di Emyria è troppo avido. Rivoglio indietro ciò che vi ho dato! Solo così vi aiuterò».

«I massacratori hanno bruciato i magazzini del villaggio, li abbiamo respinti a fatica e intanto gran parte dei viveri, delle pelli e tutta la riserva di idromele sono andati perduti nell’incendio».

«Allora dovrete respingerli ancora... ma da soli! Non muoverò un solo soldato per voi».

Il pugnale dell’uomo di Emyria scivolò fuori dal fodero talmente veloce che nessuno ebbe il tempo di vederlo e saettò fulmineo piantandosi nel legno del trono proprio sopra il capo dell’arconte. Tutti nel Korvho si zittirono. Lo stesso arconte aveva le parole gelate in gola. Le guardie si fecero avanti, estrassero le spade e, proteggendosi dietro gli scudi, si prepararono alla battaglia.

I soldati di Emyria sganciarono le asce legate sulla loro schiena e le impugnarono pronti a tagliar teste.

«Probabilmente moriremo domani» disse il loro capo, «quindi morire oggi per noi non fa differenza. Bisogna solo scoprire quanti di voi ci seguiranno, forse saranno proprio quelli che chiedevamo come rinforzo. Adrio: sta pronto col pugnale!»

Adrio aveva già la mano alzata e teneva il pugnale per la lama, pronto a lanciarlo.

«Tranquillo Draxo, lo serbo per la fronte dell’arconte!» sorrise.

L’arconte alzò piano il braccio e parlò con voce tremante.

«Lasciateli andare. Ammiro il loro coraggio, avranno presto l’occasione di vantarlo davanti ai massacratori».

Abbassò lentamente il braccio e le guardie rinfoderarono le spade. I soldati di Emyria agganciarono le asce alle schiene, si voltarono senza dare il saluto regale in segno di disprezzo e se ne andarono.

Nella sala del trono nessuno parlava, l’arconte era immobile e visibilmente spaventato, ma tutti dipendevano da lui, aveva appena dimostrato codardia, eppure col potere che possedeva, avrebbe potuto decretare la morte di un uomo anche solo per sfogarsi.

I diaconi del Sole si avvicinarono.

«Lasciate che il Sole vi guidi per uscire dal buio, potente arconte. Questo è il desiderio del popolo».

«Sì» rispose lui altezzoso, «il Sole mi ha già dato un segno. Ed è per questo che ho rifiutato l’aiuto a Emyria, presto i nostri soldati difenderanno Alekma e lo faranno con successo! Non ho altro da dire».

Quest’affermazione ristabilì la normalità e tutti ripresero l’attività che svolgevano prima dell’affronto emyriano. Le donne iniziarono a strofinarsi addosso ai loro clienti e i galoppini portarono avanti le trattative coi contadini e con i cacciatori.

Venne il turno di Gannikar. Un galoppino gli si mise davanti e senza dire nulla esaminò i vlainoc, poi gli offrì tre pelli, una cassa di legumi e tre pezzi di carne secca. E aggiunse: «Ti sembra poco?»

«Non mi sembra poco. Va bene così» si affrettò a rispondere Gannikar, anche se era evidente che era poco. Purtroppo non si poteva vendere la merce ad altri e il prezzo lo faceva il compratore, soprattutto se era l’unico.

Prese ciò che gli avevano dato, aiutato da Dreisa, e uscì.




lunedì 24 dicembre 2018

Buon Natale


 
Buon Natale a tutti… o quasi.
Per questo Natale sono un tantino amareggiato. La Befana dei vigili del fuoco è tornata a Cascina, con un nuovo team e addirittura con i paracadutisti ad arricchire l’evento.
Sarà un successo! Pompieri e Parà blindati insieme per rievocare la simpatica vecchina e far sorridere tanti bambini.
Tuttavia sono triste perché nessuno mi ha cercato per fare qualche nuova illustrazione e quelle che avevo realizzato per le precedenti manifestazioni sono state messe da parte. Circola già la locandina con i disegni di un “altro”, o magari presi da immagini stock in rete.
Cancellato senza neppure una telefonata. Che simpatici colleghi che ho…
Buon Natale a tutti meno che a loro.

domenica 16 dicembre 2018

Bene, Male o Caos?


Il Diavolo abbassò una leva e girò due manopole, lo schermo rotondo posto in mezzo all’intreccio di tubi divenne sempre più brillante e il vapore scaturì da dietro la macchina.

«Eccolo! Eccolo! Ne arriva un altro!» esultò.

Un lampo fuoriuscì dallo schermo e lo illuminò, inebriandolo dell’energia che bramava. La grotta divenne rossa per un attimo, poi la luce svanì.

«Uno!» si innervosì «Oggi soltanto uno! Non posso andare avanti così».

Si tormentò nervosamente la barba. Specchiandosi nello schermo vide con soddisfazione la propria immagine riflessa: villoso, forte, rosso e soprattutto cornuto! Proprio come l’avevano immaginato gli umani.

Ma era stata davvero la scelta giusta? Quell’altro era stato più furbo.

Fare del bene? Gli uomini non ne sono capaci, aveva detto. Se scegli il Male parti in vantaggio. E poi ti do una copia della macchina che ho inventato, vedrai… giocheremo ad armi pari.

Maledetto imbroglione! Perché si era fidato di quel genio spregevole e subdolo? Perché due entità così potenti dovevano essere costrette a dividere lo stesso mondo?

Il Diavolo cambiò aspetto per rabbia!

Divenne un uomo alto e biondo, poi si trasformò in Ciclope e infine in Satiro. Effettivamente il Satiro somigliava molto al Diavolo. Sorridendo, pensò a quanto fosse misera la fantasia degli esseri umani. Rise anche per quanti nomi avevano inventato per lui: Satana, Mefistofele, Demonio, Lucifero… tutte sciocchezze.

Beh, non era il momento di abbattersi. L’energia rossa perdeva sempre più terreno rispetto a quella azzurra, ma lui aveva un asso nella manica: il familio organico stava raggiungendo la roccaforte del suo nemico, di quell’essere odioso che gli umani chiamavano Dio.

Poveri ingenui, non lo conoscevano veramente: quel falso Dio furbacchione aveva mandato un suo familio oltre la barriera dimensionale. E questo, appena arrivato sulla Terra, aveva dato a bere agli umani un mucchio di fandonie, assicurando al capo un’incredibile schiera di seguaci. Gli spiriti vitali dei morenti erano captati dalla macchina solo se credevano e grazie a quello stratagemma divenivano sorgente per l’eternità!

La voce di Dio arrivò imperiosa dal condotto principale: «Lucifero!».

«Puoi evitare di chiamarmi così? Non c’è nessun umano qui. Esci dalla parte, ogni tanto… siamo solo tu e io».

«Hai inviato un emissario per carpirmi qualche segreto?»

«L’hai scoperto? Com’è possibile? l’avevo istruito così bene...»

«L’ho stritolato! Non provarci più, non mi piace chi gioca sporco».

«Senti chi parla! Sono sempre più a corto di spiriti e tu sapevi che sarebbe finita così. Gli umani non credono più in me! E anche se continuano a compiere efferati delitti, i loro spiriti vitali si perdono nell’etere. Non riesco ad assorbirli».

«Ancora molte persone credono».

«Certo, i superstiziosi. Quelli che hai ingannato col tuo emissario».

«Ho dato loro una speranza».

«Scendi dal piedistallo, ipocrita! Tu vuoi solo la parte di questo mondo che ancora controllo. Non t’importa niente di loro».

«Non è vero» protestò Dio. «Loro contribuiranno alla vittoria del Bene sul Male».

«Ma che Bene e Male delle mie corna! La verità è che hai scelto per primo. E poi secondo me i tuoi adoratori ti hanno montato la testa, sei impazzito».

Attraverso il condotto arrivarono una decina di sibili, seguiti da un alone azzurrognolo. Il Diavolo strinse i pugni stizzito.

«Dieci! Hai preso dieci spiriti e ostenti la luce attraverso il condotto per schernirmi!» Colmo d’ira sollevò un masso e ostruì con violenza il condotto. La voce di sua Immensità, l’Altissimo, giunse attutita dalla pietra.

«L’azzurro avanza» disse. «Presto non avrai più dove nasconderti e ti annienterò. Hai paura, vero?»

Il Diavolo sentì un brivido lungo la schiena, l’imbroglione aveva ragione. Se quel ritmo di dieci a uno fosse continuato non ci sarebbe voluto molto per l’arrivo della fine.

Eppure doveva reagire, bisognava creare un altro familio, in fretta. Magari piccolissimo, in modo che fosse difficile vederlo. Già, ma poi come avrebbe fatto a rubare la macchina? Quella macchina che l’altro aveva inventato per inviare il suo emissario sulla Terra e che teneva gelosamente nascosta chissà dove? Il Diavolo si grattò la testa. Poter mettere gli artigli su quella macchina avrebbe significato inviare il proprio emissario a far proseliti. Ovviamente insistendo sul Male.

L’Anticristo!

Quello sarebbe stato il nome del familio in missione. Le sciocchezze che avrebbe raccontato erano già pronte, inventate nel corso dei secoli dagli umani. E magari avrebbe potuto rendere tutto più credibile compiendo qualche atto cruento contro i preti, in modo da attrarre i satanisti.

Sì, sì, sì!

Il piano era pronto, mancava solo la macchina. Impastò un familio molto piccolo, provvisto di ali. Gli soffiò in faccia il suo volere e lo guardò partire. Poi il Diavolo si volse alla macchina capta-spiriti, armeggiò con leve e bottoni, finché non mise a fuoco un centinaio di situazioni. Cambiò l’aspetto da Satiro in splendida donna e lanciò tentazioni a raffica. Il sesso era la sua arma più banale, ma dava ancora buoni risultati.

***

Dio si alzò dal trono che si era costruito. Per quella giornata aveva assunto l’aspetto classico: uomo vecchio e saggio, con folta barba grigia e capelli d’argento, avvolto nella tunica regale del Regno d’Israele. Era sempre stato molto gigione e gli sarebbe piaciuto andare direttamente sulla Terra per farsi ammirare dagli adepti, ma la macchina inventata non era in grado di trasferire l’intera sua entità che comunque sarebbe stata instabile nella dimensione degli umani. Così dovette accontentarsi dell’invio di un galoppino, un misero familio organico che eseguì alla lettera i suoi ordini.

Si avvicinò all’apertura panoramica della fortezza. Pensò al Diavolo e rifletté su quante difficoltà stesse passando per risolvere quel problema. Si trasformò in Zeus che aveva un aspetto decisamente più vigoroso. Brandì la saetta scatenando scintille ovunque e sentì la gloria dell’antica Grecia scorrere dentro di sé.

Come era stato più facile prima dell’arrivo dell’altro rappresentante della sua specie. Maledì la cometa che aveva impattato sul suo mondo portandolo in dono, in fondo lui era arrivato per primo, perché doveva avere un rivale? Ai tempi dell’antica Grecia non ne aveva avuti, era stato il padrone assoluto e si era divertito a impersonare tutti gli dei dell’Olimpo. Gli umani non si erano accorti della mancanza di differenze.

Purtroppo tutto era cambiato con l’arrivo di quell’altro.

Per fortuna, l’invasore era un sempliciotto: immaturo, inesperto e sicuramente meno intelligente. Era giunto potente grazie all’energia della cometa, ma lui era riuscito a tenerlo a bada. Lo aveva incantato con la sfida, lo aveva convinto che il Male era più conveniente, ma sapeva da sempre che la Speranza dei mortali era l’arma che l’avrebbe sconfitto. E presto, ne era sicuro, se lo sarebbe tolto dai piedi.

L’Immenso si trasformò in Odino, il dio monocolo dedito alla guerra che ammirava la forza e il coraggio dei suoi Vichinghi. Ai tempi, quella era stata un’interpretazione divertente! Peccato che la storiella di Dio gli fosse sfuggita di mano e i nordici avessero finito per convertirsi alla religione del vecchio barbuto.

Scacciò quei pensieri, l’importante era essersi assicurato un flusso continuo di spiriti vitali. Doveva restare concentrato sull’obiettivo.

Un rumore attirò la sua attenzione. Si precipitò nella stanza segreta dove custodiva il teletrasporto dimensionale con un brutto presentimento. Appena l’aprì scoprì il piccolo familio svolazzante sulla macchina.

Il fatto di essere Odino e avere un occhio solo non l’aiutò certo a colpire l’infiltrato. Fallì il colpo d’ascia un paio di volte e quello riuscì a scappare.

Pochi istanti dopo arrivò, dal condotto, la voce trionfante del Diavolo: «Ce l’ho fatta! L’ho vista! D’ora in poi la vedrò sempre, ovunque la nasconderai!»

«Non illuderti, non sarà facile prenderla».

«Costruirò centinaia di demoni e ti attaccherò».

«E io costruirò centinaia di angeli, sarà un Armageddon».

«Ti vedo, vecchio balordo! Sei nella parte del guercio. Semmai sarà un Ragnarok».

Trascorsero solo poche ore e dalla parte rossa del pianeta giunsero schiere di demoni urlanti, alcuni neppure completamente formati, per la fretta che il Diavolo aveva avuto nell’impastarli. Da parte sua, l’Onnipotente attivò gli angeli, riuniti in stormi e armati di trombe sputaghiaccio.

Lo scontro avvenne sulla linea di confine: i demoni lanciafiamme incendiarono e gli angeli congelarono. Terrore, morte e distruzione calarono inesorabili su tutto e a fine giornata, sul campo, restò solo una sterminata massa di cadaveri.

***

Era finita in un noioso pareggio. La situazione di stallo convinse i signori della guerra a concentrarsi sull’assorbimento degli spiriti per ricostruire gli eserciti e ricominciare l’attacco il più presto possibile.

L’Onnipotente assunse l’aspetto di Maometto, si sistemò in piedi davanti alla macchina e armeggiò con leve e manopole assistendo, sullo schermo, a uno scontro sanguinario. Se l’avesse visto un terrestre del 1980, avrebbe creduto che stesse giocando con un videogame da sala giochi.

«Venite a me… Ah, ah, ah!» rise Dio, traboccante di sadismo. «Che seguiate Yahweh o Allāh, venite a me!»

Premette il piede su una specie di acceleratore e inoculò motivazione a pioggia, poi portò al massimo una manopola per imprimere meglio la sua immagine in quelle menti deboli. I risultati non si fecero attendere: decine di morti trasmisero i loro spiriti, ci furono lampi e scintille, e una prolungata luce azzurra lo investì rendendolo sazio e soddisfatto.

Trasalì un attimo più tardi, quando vide il mostro che avanzava nello spazio. L’Altissimo si rese conto di essere impotente di fronte a ciò che era immensamente più grande di lui.

Anche il Diavolo si dava da fare con la macchina per attrarre qualche spirito vitale. Certo, senza l’Anticristo in campo c’era da lavorare parecchio, ma lui non disperava. Mise a fuoco un tizio che stava per uccidere la moglie, misurò la sua coscienza: temeva di finire all’inferno, era combattuto…

Era perfetto! Bastava dargli un aiutino!

Iniziò a instillare tentazioni: Fallo! Sarai libero! La tua amante non dovrà più nascondersi. Finalmente vi amerete alla luce del sole… e poi l’assicurazione: darai la colpa ai ladri e potrai riscuoterla. Fallo!! Fallo!!!

L’uomo inferse almeno venti coltellate e la uccise, il sangue si sparse ovunque. Gettò il coltello, si tolse i guanti e si apprestò a distruggerli, per essere sicuro di non lasciar tracce. Ma il Diavolo azionò l’aggregatore di materia, per piccole quantità funzionava piuttosto bene. Così una chiazza d’olio si materializzò proprio sotto i piedi dell’assassino che scivolò cadendo all’indietro e sbatté violentemente la testa contro un mobile. Morì all’istante.

il racconto contua su Amazon, insieme agli altri undici racconti

mercoledì 12 dicembre 2018

Telepati


Darkest Minds non è un film ambientato in un futuro distopico, com’è imprecisamente scritto su Wikipedia. O meglio, la distopia c’è ma è solo la conseguenza dell’evoluzione della specie, causata da una misteriosa epidemia.
Il film introduce una figura importante della fantascienza, troppo spesso ignorata da Hollywood, il Telepate. Purtroppo il target di riferimento sono ancora gli adolescenti, come è già successo per Divergent e Maze Running. E il sospetto è che questi film tratti da romanzi estremamente recenti siano fatti tutti con gli stessi ingredienti: distopia, epidemie, zombi, superpoteri e protagonisti giovanissimi.
La storia si intreccia attorno alla paura dei normali nei confronti dei bambini sopravvissuti all’epidemia, che hanno sviluppato poteri mentali e fisici. Per questo vengono classificati dal governo in cinque colori: i verdi (superintelligenti) i gialli (che dominano l’elettricità), i blu (telecinetici), i rossi (mostri sputafuoco) gli arancione (telepati).
Il mutato più pericoloso per i normali è senza dubbio l’arancione, capace di dominare le menti di tutti quelli che gli stanno intorno, capace di leggere i pensieri, modificarli e inserirne di nuovi. Praticamente il Mulo della trilogia della Fondazione di Isaac Asimov!
Chissà, forse sarebbe stato migliore un film realizzato su un classico di Van Vogt: “Il segreto degli Slan”. Ma probabilmente non sarebbe stato conveniente dal punto di vista commerciale, perché gli adolescenti sono una miniera d’oro, per fedeltà alle saghe e per il merchandising. E nel romanzo di Vogt sono assenti.



Però volete mettere la differenza dell’idea di base e la forza narrativa in un numero di pagine così ridotto?
Gli Slan sono una nuova specie nata dagli esperimenti genetici del professor Samuel Lan, sono telepatici e si riconoscono facilmente perché hanno le antenne. Gli Umani li temono e li perseguitano, eppure il protagonista Slan scopre l’esistenza di una terza specie: telepati senza antenne che non vedono l’ora che gli Slan siano estinti per poter dominare gli Umani in santa pace. Si tratta di un meccanismo formidabile, talmente azzeccato che Hollywood non l’ha preso neppure in considerazione.