Pianeta
Bur:
il film sovietico che sognava Venere quando
Venere era
ancora un sogno
Se
ami la fantascienza classica c'è un titolo che devi recuperare:
Planeta
Bur -
da noi
I
sette navigatori dello spazio (1962).
È un film sovietico del 1961 diretto da Pavel Klušancev,
tratto da un romanzo di Aleksandr Kazancev, considerato un vero
classico del cinema di fantascienza.
La
storia è semplice e archetipica. Tre astronavi sovietiche, Sirius,
Vega e Aldebaran,
sono in viaggio verso Venere. La Aldebaran
viene distrutta da
un meteorite. Le altre due proseguono, ma senza una terza nave la
missione è a rischio. Da Terra parte una nave di soccorso che
arriverà tra due mesi: i cosmonauti decidono di non aspettare e di
scendere lo stesso.
Da
qui inizia il planetary
romance sovietico:
alianti che atterrano in paludi, un veicolo anfibio, foreste
venusiane nebbiose, il canto lontano e inspiegabile di una donna, e
poi fauna preistorica - predatori simili a tirannosauri a grandezza
d'uomo, pterodattili aggressivi. C'è anche John, il robot che
impazzisce per istinto di conservazione nella lava di un vulcano in
eruzione. Alla fine, quando l'equipaggio è già in fuga tra
terremoto e alluvione, Alexey si accorge che la strana roccia
triangolare trovata lungo il percorso è in realtà una scultura con
un volto di donna: la prova che su Venere c'è, o c'è stata, vita
intelligente.
È
ingenuo? Sì. Ma è anche potentissimo. Non a caso Roger Corman comprò
i diritti per gli USA e ne riciclò le sequenze per due film
americani. La struttura - disastro nello spazio, atterraggio di
fortuna, robot impazzito, fuga dal pianeta ostile - ha fatto scuola.
Perché
oggi meriterebbe un remake
Pianeta
Bur ha un'idea centrale che il cinema moderno ha quasi
dimenticato: la specie intelligente autoctona resta nascosta.
Osserva. Non si fa vedere. Lascia solo indizi – un canto, una
statua, una scultura. Si rivela solo quando i terrestri sono già
ripartiti. Non è Incontri ravvicinati, è l'opposto: è il
principio di non-contatto. È umile, ecologico, quasi mistico. Ed è
l'unica cosa che un remake dovrebbe conservare intatta. Tutto il
resto andrebbe aggiornato.
Basta Venere
Nel
1961 aveva senso. Nel 2026 sappiamo che atterrare su Venere e fare
una passeggiata nella palude è fantascienza impossibile. Oggi
sappiamo che al suolo ci sono 92 atmosfere di pressione e 460 gradi.
Le sonde Venera che ce l'hanno fatta sono durate poco più di due ore
- il record di Venera 13 è di 127 minuti. L'idea del film di una
Venere giungla oceanica era bellissima, ma scientificamente morta.
Un
remake intelligente dovrebbe spostarsi su un pianeta di un sistema
vicino. Non Marte, troppo già visto. Pensiamo a un esopianeta
roccioso attorno a Proxima Centauri, o a Teegarden b, o a un mondo
inventato ma plausibile nella fascia abitabile di una nana rossa:
luce rossastra, maree bloccate, piante nere che fanno fotosintesi
nell'infrarosso. Un posto dove puoi davvero atterrare.
Basta Dinosauri
I
tirannosauri e gli pterodattili nel 1961 erano la scorciatoia per
dire "preistoria aliena". Oggi fanno effetto B-movie
americano riciclato da Corman. Se vogliamo animali bizzarri, la
biologia ci offre di meglio: creature a sei zampe con scheletro
esterno di silicati, predatori plananti con membrane fotosensibili,
"foreste" che sono in realtà un unico organismo coloniale.
Bizzarria credibile, non Jurassic Park copiato.
Potremmo immaginare
il remake così: una missione internazionale - non solo sovietica -
diretta verso LV-2117, un mondo oceanico con ossigeno. Un guasto li
costringe a scendere in anticipo. Trovano un ecosistema rigoglioso,
ostile, incomprensibile. Sentono canti infrasonici, trovano strutture
geometriche che sembrano rocce ma hanno angoli non naturali. Il robot
di bordo, un Boston Dynamics evoluto, impazzisce non per "istinto"
ma per un conflitto tra protocolli di salvaguardia e contaminazione
biologica.
E
alla fine, quando il lander decolla lasciando sensori e relitti, la
telecamera resta giù. Dalla foresta nera escono figure alte,
simbiotiche con l'ambiente, che osservano il cielo. Raccolgono un
distintivo caduto. Lo studiano. E poi lo rimettono a terra. Senza
trionfalismo. Noi eravamo solo di passaggio.
1961:
il film e la sonda partono insieme
E
qui arriva il parallelo storico che rende Pianeta Bur ancora
più affascinante.
Il
1961 è l'annus mirabilis sovietico: il 12 aprile Gagarin
vola. Ma due mesi prima, l'Unione Sovietica ha già iniziato la corsa
a Venere. Il 4 febbraio 1961 parte il primo prototipo, 1VA, che non
riesce a lasciare l'orbita terrestre. Otto giorni dopo, il 12
febbraio 1961, da Baikonur viene lanciata Venera 1, la prima
sonda della storia inviata verso un altro pianeta. Pesa 643,5 kg, ha
pannelli solari, antenna parabolica, stabilizzazione a tre assi.
Perderà
il contatto a 2 milioni di km, ma l'intenzione è chiara.
Planeta
Bur esce in quel clima esatto. È propaganda dolce, ma anche
profezia interessata: il film sembra girato apposta per dire al
pubblico sovietico "ecco cosa troveranno i nostri ragazzi quando
le Venera arriveranno". Una Venere abitabile, esplorabile,
conquistabile, con città antiche e statue di pterodattili con occhi
di rubino. L'esplorazione reale avrebbe mostrato l'inferno. Ma nel
1961 quell'inferno non lo conosceva ancora nessuno.
Rifare
oggi Pianeta Bur non sarebbe quindi un'operazione nostalgia.
Sarebbe correggere il tiro della storia: mantenere lo stupore di
Klušancev per l'ignoto, ma spostarlo dove l'ignoto esiste davvero. E
mantenere la sua lezione morale più moderna di tanti blockbuster: le
intelligenze migliori non hanno bisogno di presentarsi. Guardano.
Aspettano che te ne vada.