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sabato 1 agosto 2026

UFO: il giorno della rivelazione

 


Steven Spielberg è stato aspramente criticato per il suo Disclosure Day. Eppure Spielberg ha fatto Spielberg: il film è perfettamente in linea con tutto ciò che il regista ha prodotto nella sua lunga carriera. È soprattutto in linea con la fantascienza di Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo e E.T. Inoltre è una festa per gli ufologi! Spielberg, da buon volpone, ha mischiato tutti gli elementi classici dell'ufologia, ha cucito insieme le panzane sugli avvistamenti e ha condito il panettone con il suo inconfondibile stile. Durante la visione le spiegazioni tardano a arrivare, le situazioni estreme si risolvono sempre all'ultimo secondo e il senso del meraviglioso viene trasmesso con le immagini e la musica.

È difficile criticare chi ha confezionato un buon prodotto per il target di riferimento. Semmai si può criticare la fonte: i Grigi di Roswell, col loro disco volante vintage e il perfido governo statunitense che li avrebbe trasferiti nell'Area 51 per sezionarli e tenere per sé l'avanzatissima tecnologia extraterrestre.

Negli anni '90 due inchieste sugli UFO rivelarono che il progetto Mogul, un'operazione segretissima degli USA per controllare e prevenire le mosse sovietiche durante la Guerra Fredda, sarebbe alla base dei veri fatti accaduti il 2 luglio 1947. E grazie ai documenti desecretati sono state fornite le prove di quei fatti.

Quindi lo schianto a Roswell è una bufala e gli omini grigi col testone alti un metro e venti sono degli stereotipi, un pò come le altre figure mitiche inventate dall'uomo nel corso della sua esistenza.

Gli antichi immaginarono i folletti, gli elfi, i satiri, i sileni, i nani, gli orchi, le sirene, eccetera...

Al genere umano la fantasia non è mai mancata. L'uomo crede in tutto ciò che inventa, infatti l'uomo crede in Dio. All'epoca degli avvistamenti poi, gli americani ci davano dentro parecchio col whiskey e gli hippie consumavano talmente tanto LSD che accanto ai Grigi vedevano anche i draghi! Da non sottovalutare poi il fatto della contrapposizione tra USA e URSS e quindi gli aerei sperimentali di entrambe le fazioni che svolazzavano nei cieli di mezzo mondo.

Che cosa hanno in comune un Grigio e un satiro? Probabilmente la mente umana che li ha inventati. Il satiro è la fusione tra un uomo e una capra, mentre il Grigio è la caricatura di un uomo. È gracile perché immaginiamo che una civiltà avanzata non abbia bisogno di muscoli, magari ai lavori pesanti pensano i robot. Ha quattro dita per essere diverso da un uomo ma alcuni testimoni descrivono i Grigi con tre dita. Ha la testa grossa perché crediamo che un cervello più grande sia sinonimo di intelligenza, eppure i Neanderthal avevano il cervello più grande dei Sapiens e si sono estinti.

Infine il fatto più assurdo: i Grigi respirano la nostra aria e spesso sono nudi. Forse hanno un campo di forza invisibile che li circonda con la loro atmosfera? Forse chi li ha inventati non si è posto questa domanda.

Un'altra assurdità dell'ufologia, che però Spielberg ha dovuto cavalcare per il suo film, sono gli extraterrestri che giocano a nascondino: arrivano sui loro dischi, rapiscono le persone e le sottopongono a misteriosi esperimenti, poi se ne vanno per tornare e mostrarsi solo ad alcuni. Nel 1970, la serie britannica UFO dette una spiegazione: gli alieni arrivano da un pianeta morente e rapiscono gli umani per trapiantare gli organi sani al posto dei loro malati. A prima vista sembrava una trovata logica, ma può esistere un pianeta con condizioni identiche a quelle terrestri e abitanti talmente simili a noi da poter utilizzare i nostri organi per sopravvivere?

Quella degli extraterrestri che raggiungono la Terra viaggiando per molti anni luce e si nascondono potrebbe reggere se intendessero attuare un'invasione silenziosa, ma possibile che i problemi di logistica dobbiamo averli sempre e soltanto noi? È molto più verosimile Independence Day: il giorno in cui arriveranno li vedremo al TG1, con le loro astronavi ferme sopra le maggiori città, probabilmente non per distruggerle ma per stabilire un contatto con l'umanità.

Di tutto questo comunque Spielberg non si è preoccupato proprio perché non era necessario per realizzare un film dei suoi. Lui non è Christopher Nolan, non gli interessano i dettagli scientifici per rendere credibile un clone del bellissimo Interstellar, Spielberg è un prestigiatore che gioca con l'emotività dello spettatore e anche questa volta l’ha incantato con la sua magia. O almeno ha tentato di farlo, senza riuscirci con tutti.

La delusione di molti è dovuta al fatto che ormai siamo smaliziati e il giochino che funzionava negli anni '80 ripetuto quasi identico nel 2026 stenta a funzionare.

 

 


giovedì 2 aprile 2026

Osiris

 


ATTENZIONE SPOILER (che però potrebbe salvare molti ignari spettatori che ancora non si sono imbattuti nel disastro di seguito raccontato).

Osiris è un film involontariamente comico che scopiazza tutto il già visto della fantascienza al cinema. Fin dai titoli, il Voyager che esce dal sistema solare e viene ingoiato da qualcosa di enorme e extraterrestre fa subito tornare in mente V’ger del primo Star Trek, quello del 1979. La voce fuori campo spiega che il nome Osiris gli alieni l’hanno preso dalla Dea egizia Osiride, attingendo dalle informazioni portate in dono dal Voyager. D’altra parte è andata così, potevano scegliere Odino, Manitou oppure Allah… e invece hanno preso simpatia per i faraoni.

Comunque lo Sci-fi demenziale inizia in una delle innumerevoli guerre yankee con un team di fenomeni che stendono musulmani allo stesso ritmo che aveva il Settimo Cavalleria con gli indiani dei western. Senza preoccuparsi di dare un senso alla sceneggiatura, i realizzatori del film fanno entrare in scena l’astronave durante il conflitto a fuoco, aspirando gli americani. Questo forse per interrompere la strage di musulmani strabici incapaci di colpire qualcosa addirittura peggio degli Stormtrooper? Macché! Prendono il manipolo a stelle e strisce e annientano tutti gli altri. Anche gli alieni sono razzisti.

Oltre a essere razzisti sono pure scemi, visto che congelano gli eroi con le armi in pugno e, dopo un inspiegato scongelamento, se li ritrovano nei corridoi dell’astronave armati fino ai denti. Più avanti nel film si scoprono moltissime persone detenute in una prigione simile a Rebibbia e non si capisce perché alcuni siano ibernati, mentre altri vengano incarcerati. Non viene spiegato e probabilmente non lo sa neppure il regista.

L’ambientazione “aliena” non è stata presa in considerazione: gli interni dell’astronave sono troppo terrestri e somigliano al già visto in altri film. C’è poca luce, che fa tanto Aliens scontro finale. Osservando il testone degli alieni sembra privo di occhi o, se ci sono, si tratta di fessure longitudinali difficilmente utilizzabili per la vista. Quindi si intuisce che abbiano un altro modo di “vedere”, magari un super udito, sicché la poca luce potrebbe avere un senso, ma allora per loro sarebbe stato più vantaggioso il buio assoluto, come in Pitch Black. E invece no, non hanno nemmeno orecchie o antenne! Probabilmente lo scultore aveva finito la plastilina.

I mostri alieni sono una via di mezzo tra Predator e Mad Max, totalmente incompatibili con la loro astronave. Grugniscono, sono rozzi, barbari. All’inizio avevo pensato che fossero stati anch’essi catturati come i terrestri da un’altra specie extraterrestre molto più evoluta. Invece non ci aveva pensato lo sceneggiatore, sono proprio loro i progettisti e i piloti dell’astronave. E non ci si capacita di come possano esserci riusciti!

Spoilerare una trama assente è difficile, anche perché durante tutto il film sparano un milione di pallottole e dicono meno di cento parole.

Da quando Anya/Linda Hamilton sentenzia che ci sono rimasti almeno venticinque alieni e sono troppi per essere sconfitti ne ho contati una quarantina falciati dai terrestri, segno che sono grossi ma fanno solo più rumore appena stramazzano al suolo e segno che il regista è debole in matematica. Il ricorso ai condotti di areazione, come succedeva in Alien è copiato, come la fuga nel locale scarico dei rifiuti è copiata da Guerre Stellari. Il marine che viene trafitto alla schiena dal mostro quando sembrava fatta è copiato dalla fine del sintetico Bishop in Aliens… e si potrebbe continuare a lungo, ma è meglio finirla qui.

Ah, l'astronave è piena di container rubati sulla Terra, l'espediente deve aver fatto comodo alla troupe per girare parecchie scene in qualche porto.

In definitiva si fa molta fatica a raggiungere i titoli di coda e se ne sarebbe risparmiata tanta se il film non fosse mai stato girato. Se c’è qualche fortunato che non l’ha ancora visto passi oltre, ne guadagnerà in salute.

domenica 1 marzo 2026

Triello nel Pacifico

 

Il film anglogiapponese Orang Ikan, di Mike Wiluan, è una simpatica variante di Duello nel Pacifico del 1968 di John Boorman, quello con Toshirō Mifune che interpretava un capitano della Marina Imperiale Giapponese e Lee Marvin che interpretava un pilota statunitense abbattuto. I due si combattevano ferocemente da nemici, per poi arrivare a collaborare da amici consapevoli che la priorità era sopravvivere alla natura selvaggia e spietata dell’isola.

Nel 1985 ci fu la rielaborazione fantascientifica Il mio nemico, di Wolfgang Petersen, liberamente tratta da un romanzo Sci-Fi pluripremiato con molti punti in comune con l’originale e indimenticato film di guerra. In questo caso era in corso una guerra intergalattica tra la Terra e l’Impero dei Drags, una sorta di lucertoloni ermafroditi dai modi lievemente nipponici. Durante uno scontro nello spazio, sia il caccia Drag che quello terrestre precipitavano sul pianeta inesplorato Fyrine IV e anche qui, i due naufraghi nemici si affrontavano in una lotta senza quartiere per poi accordarsi in un secondo tempo e tentare di salvare la pelle.

Tornando a Orang Ikan, l’ambientazione è la stessa di Duello nel Pacifico, ma il protagonista giapponese è un personaggio che si distanzia politicamente dal regime dell’epoca, imperiale, che faceva parte dell’ASSE, alleato col regime nazista tedesco e col regime fascista italiano. Infatti rifiuta il Bushidō ed è prigioniero per insubordinazione su una delle Navi Infernali, cioè quei mercantili convertiti in navi prigione che trasportavano prigionieri di guerra e spesso venivano colate a picco dagli Alleati ignari di uccidere i loro commilitoni. Viene incatenato insieme a un prigioniero inglese e quando la nave viene centrata e affondata, riesce a guadagnare la spiaggia di un isola sconosciuta insieme al suo involontario compagno.

Come in Duello nel Pacifico i due nemici si combattono, ma c’è il terzo incomodo: un Uomo Pesce! Detta così può far sorridere e tornano in mente film demenziali come L’uomo che uccise Hitler e poi il Bigfoot... Tuttavia la faccenda non dispiace affatto. O almeno per me è stato così. Certo, l’originalità latita di sicuro in tutto il film, la creatura è l’ennesimo Mostro della Laguna Nera più marino e meno d’acqua dolce, i suoi ruggiti di vittoria sulle vittime abbattute sono copiate dai vari Predator (che poi, i pesci non erano muti?), ma comunque la visione resta piacevole e non annoia. L’Orang Ikan è un mostro acquatico della mitologia indonesiana, per questo motivo nel film non viene data nessuna spiegazione sulla sua origine.

C’è anche un omaggio al pilota statunitense che interpretò Lee Marvin, in questo caso però è stato meno fortunato: viene trovato morto dal giapponese, appeso col suo paracadute agli alberi della foresta, nei pressi della carcassa del suo aereo.

Per quanto riguarda la trama c’è poco da spoilerare: si tratta di un film di guerra mischiato con l'horror e il fantasy. E chi ha visto il primo memorabile Predator ricorderà la frase: “La selva se lo llevó”, che racchiude in sé tutta l'atmosfera della vicenda. Naturalmente l’Uomo Pesce non ha i sistemi di occultamento alieni che aveva Predator ma è verde come la giungla e questo basta per renderlo invisibile alle sue vittime.

Dopo aver elencato le molte similitudini tra i tre film, la poca originalià di quest'ultimo e precisando che Duello nel Pacifico resta il migliore dei tre, devo ammettere che comunque mi sono divertito a vedere Orang Ikan e lo consiglio soprattutto agli amanti del fantastico.


 

lunedì 12 gennaio 2026

Bugonia


 

Bugonia è un film americano del 2025, remake del film sudcoreano del 2003 Save the green planet! (Jigureul jikiyeora!). Il titolo Bugonia è una parola greca che indica la generazione spontanea della vita.

La trama del film gira attorno a due squilibrati, convinti che la Terra sia piatta e che gli extraterrestri Andromediani siano infiltrati tra gli umani e stiano progettandone l’annientamento. I due, Teddy Gatz e il cugino tardo Don, sono agricoltori e apicultori, vivono in una casa rurale fuori città e hanno già individuato, grazie ai loro ragionamenti contorti, una Andromediana influente: Michelle Fuller, Chief Executive Officer dell’azienda farmaceutica Auxolith. In particolare Teddy la ritiene responsabile del coma vegetativo della madre, indotto da un farmaco sperimentale della Auxolith.

Insieme al cugino, mettendo in pratica un azione da dilettanti che però ha successo e rapiscono la donna.

Il film prende subito la piega del thriller e lo spettatore si schiera con l’unica persona sana di mente, la Fuller, prigioniera dalla forte personalità, psicologa, che invece di disperarsi inizia una serie di mosse calcolate contro i suoi carcerieri degne di una partita a scacchi.

Da qui in poi c’è spoiler, quindi chi non vuol rovinarsi il film è bene che interrompa la lettura. Tuttavia bisogna ricordare che la trama è identica a quella del film sudcoreano del 2003, quindi risale a 23 anni fa.

Nei thriller c’è sempre il poliziotto amico di famiglia che sta indagando sulla persona scomparsa e commette l’errore di avvicinarsi ai colpevoli dando per scontato che non lo siano e fa una brutta fine. Ebbene, c’è anche qui.

Quello che mi ha colpito nella pellicola è la descrizione dei complottisti, le loro ragioni strampalate e i tasti toccati dalla Fuller per far leva su di loro nelle situazioni critiche. I due sono individui ignoranti che seguono teorie da invasati e sono veramente pericolosi. Ciò che si percepisce è però quanto la loro pericolosità sia pari alla loro ingenuità. Sono manipolabili proprio perché persone psicolabili e il più psicolabile è proprio Teddy, visto che Don è neurodivergente e dipende in tutto dal cugino.

All’apice del thriller, quando Michelle convince Teddy a seguirla nell’ufficio dell’azienda farmaceutica dove lavora e a entrare nell’armadio descritto come teletrasporto per raggiungere l’astronave in orbita, lo spettatore pensa: “è fatta! È salva!”.

Teddy indossa un giubbotto esplosivo e ha un fucile, per questo Michelle non ha potuto chiedere aiuto alle persone incontrate arrivando in azienda. Inspiegabilmente il giubbotto esplode nell’armadio facendo a pezzi Teddy.

Qui lo spettatore sente che c’è qualcosa che non torna, un armadio è in grado di far esplodere un congegno esplosivo? Il giubbotto era difettoso ed è esploso accidentalmente? Teddy ha attivato il detonatore per sbaglio?

La Fuller viene soccorsa e i trasportata in ospedale con l’ambulanza, ma quando è a bordo e riviene risulta molto meno malconcia di come dovrebbe essere. Si libera dell’ossigeno e salta giù dal veicolo in corsa mentre i medici tentano di fermarla esterrefatti.

Qui i dubbi dello spettatore diventano conferme e appena lei entra nell’ufficio, si introduce nell’armadio e svanisce in un lampo di luce tutto assume i contorni di un racconto breve col finale ribaltato rispetto a quanto si aspetta il lettore.

Per carità, è una buona idea, la stessa che ho avuto io per il mio Grosso guaio sulla Luna incentrato sugli squilibrati seguaci di Ashtar Sheran e giuro che non ho copiato, non ho mai visto il film sudcoreano e ho visto il film americano solo ieri dopo aver pubblicato il mio racconto nel 2022.

Eppure la trovata del “contrario di ciò che ti aspetti” tecnica usata da molti scrittori nei racconti brevi, per Bugonia mi ha deluso. Avrei preferito un vero thriller al posto di questo fantascienza che sconfina nel fantasy e prosegue con la vera Andromediana che si teletrasporta sull’astronave e decide insieme ai suoi simili, vestiti come Inuit tendenti al “Mi chiamo Mork e vengo da Ork”, di distruggere la Terra.

Tra l’altro il modello della Terra al centro della plancia dell’astronave è proprio la Terra piatta dei complottisti! Un po' come succedeva in quel vecchio fumetto Disney con Pippo Cristoforo Colombo che cerca di raggiungere l’America convinto che la Terra sia rotonda, ma finisce di sotto dal bordo della Terra piatta rimanendo appeso con l’ancora delle caravelle agganciata al tappo per lo scarico del mare.

Che dire, film divertente ma fuori di testa.

 

mercoledì 1 gennaio 2025

2025: le previsioni a breve termine sono rischiose

 


Nel 1980 la SHADO non ha combattuto gli UFO, nel 1997 Skynet non ha dichiarato guerra agli umani e nello stesso anno Jena Plissken non è andato a salvare il Presidente precipitato a Manhattan divenuta carcere di massima sicurezza. Nel 1999 la Luna non è uscita dalla sua orbita, nel 2001 non si è scoperto nessun monolite lunare o gioviano, nel 2002 la Terra non è diventata una mega città esiliando piante e animali in cupole orbitali. Nel 2019 nessuno è andato a caccia di replicanti e nel 2022 la Terra non ha esaurito le risorse costringendo la popolazione a nutrirsi di soylent verde ufficialmente prodotto dal plancton, ma in realtà ottenuto dalla lavorazione dei cadaveri.

Tutto ciò che scrittori e sceneggiatori avevano immaginato è stato disatteso. Quello che per loro era il prossimo futuro per noi è già passato e li ha regolarmente sbugiardati.

Ovviamente nessuno di loro ha mai preteso di essere l’oracolo, hanno semplicemente fatto intrattenimento. Eppure, nonostante il 2025 ci dia l’impressione di molta meno fantascienza di quella sognata negli anni ‘70/’80, bisogna ammettere che siamo immersi in un futuro inimmaginabile in quegli anni.

Oggi l’Intelligenza Artificiale genera illustrazioni dettagliatissime, canzoni orecchiabili e addirittura racconti. Oggi si può affittare un appartamento per le vacanze pagando con un bonifico direttamente dal proprio smartphone e poi accedere all’appartamento con un codice ricevuto via email, senza andare a prendere le chiavi a casa del proprietario.

Gli smartphone sono molto più di semplici telefoni: sono computer, TV, navigatori GPS, consolle videogame, permettono di leggere libri e riviste online. Contengono App di emergenza capaci di attivare i soccorsi in caso di infortunio e indicare al nostra posizione ai soccorritori.

Il futuro si è rivelato diverso da quello che avevamo immaginato. I ragazzi del 2000 lo vedono solo come il presente e non si stupiscono, ma i vecchietti come me, che erano bambini nei lontani anni ‘70, si stupiscono del fatto di non essersi stupiti durante il lento cambiamento delle cose. E questo forse proprio perché col tempo sono cambiati anche loro!


martedì 12 novembre 2024

Diafanoidi o Ultracorpi?

 

I Diafanoidi vengono da Marte fa parte di una quadrilogia diretta e prodotta da Antonio Margheriti tra il 1965 e il 1967: gli altri tre film sono I criminali della galassia, Il pianeta errante e La morte viene dal pianeta Aytin.

Girarono tutti e quattro i film in sole dodici settimane sfruttando le stesse scenografie e la maggior parte del cast. L’obiettivo era il mercato statunitense e bisogna ammettere che nonostante siano stati realizzati a basso costo, non hanno granché da invidiare ai B-movie americani dell’epoca. Certo, col 1968 arrivò 2001: Odissea nello spazio e spazzò via quel tipo di fantascienza antiquata dai cinema, ma questa è un’altra storia.

La quadrilogia è disponibile su YouTube e io ho visto I Diafanoidi vengono da Marte ieri sera, con cinquantotto anni di ritardo. Bé, meglio tardi che mai.

Dei quattro è quello che racconta una minaccia extraterrestre piuttosto simile a L’invasione degli Ultracorpi (1956) tratto dal romanzo Gli invasati di Jack Finney del 1954. Che poi era simile a Il terrore dalla Sesta Luna (1994) tratto dal romanzo di Robert A. Heinlein del 1951 e a The father thing (2018) telefilm tratto dall’omonimo racconto di Philip K. Dick del 1954.

La mia curiosità per chi fossero i Diafanoidi è rimasta delusa nello scoprire che si tratta solo di un’idea rubata ai grandi scrittori statunitensi per realizzare un film da vendere proprio agli statunitensi. Tra l’altro i Diafanoidi hanno una forma piuttosto banale: sono luci verdi che si avvicinano minacciose, attaccano diffondendo un fumo verdastro, paralizzano le vittime e poi si impadroniscono del loro corpo. La trama del film presenta alcune lacune logiche, per esempio le pistole a fiamma che sparano attraverso le pareti della stazione spaziale. Oppure quando i protagonisti rompono il vetro della base su Marte e camminano trattenendo il fiato per raggiungere l’astronave di salvataggio. Però bisogna ricordarsi dell’epoca in cui è stato realizzato e soprattutto di quanti errori simili commettevano anche gli americani nei loro B-movie.

C’è un film semiserio su Netflix che riprende il tema degli Ultracorpi e lo sviluppa in modo simile ai Diafanoidi. Il film è norvegese del 2022 e si intitola Blasted – In due contro gli alieni.

Due amici d’infanzia, campioni europei di laser tag si ritrovano a Hessdalen, una località famosa per gli avvistamenti alieni e perfetta per giocare a paintball. Peccato che la zona sia infestata dagli extraterrestri impegnati ad attuare la loro invasione. Naturalmente si tratta di una commedia con atmosfere in stile Resident Alien, però c’è il punto in cui i terrestri rapiti sono nella caverna e stanno essere convertiti in alieni che somiglia in modo impressionante a quando i Diafanoidi convertono i terrestri nelle miniere di Marte.

Chissà, forse lo sceneggiatore norvegese ha visto il film di Margheriti!

domenica 10 novembre 2024

Mutant Chronicles

 

Mutant Chronicles è un film del 2008 che costò venticinque milioni di dollari e ne incassò soltanto due. Infatti da noi non fu distribuito fino al 2010 e comunque finì, senza passare dal cinema, direttamente in DVD.

Era tratto da un gioco di miniature degli anni ‘90 della svedese Target Games che, come il più famoso concorrente Warhammer 40000 dell’inglese Games Workshop, aveva anche dei romanzi collegati. Io avevo apprezzato il gioco soprattutto per le fantastiche illustrazioni di Paolo Parente, tuttavia per le miniature preferivo di gran lunga Warhammer 40000.

Nel film ci si rende poco conto della complessità dell’ambientazione, infatti dopo una breve battaglia tra le tante della Prima Guerra Corporativa si passa subito alla Fratellanza che sceglie i Doomtrooper che dovranno fermare l’Oscura Legione. Questa sembra formata solo da zombi, mentre nel gioco era comandata dai Cinque Apostoli e composta da Necromutanti, Non-Morti e umani eretici.

La semplificazione, probabilmente per restare nei centoundici minuti della pellicola fu di sicuro uno dei fattori del flop. Inoltre i brevi accenni allo steampunk e al dieselpunk, vanno sprecati e non hanno seguito. Forse una serie di film avrebbe reso meglio l’intera opera, ma dopo il tremendo tonfo al botteghino… qualsiasi sogno di grandezza fu spazzato via dal pubblico.

Di seguito una breve descrizione delle corporazioni, che nel film furono visivamente appiattite, mentre nelle illustrazioni del gioco e nelle miniature vennero molto caratterizzate.

Le cinque megacorporazioni che dominano la Terra del ventitreesimo secolo sono:

Capitol: vagamente a stelle e strisce, è la più grande e si ispira a valori democratici. Ha una forte presenza su Marte.

Bauhaus: molto più teutonica, si basa sulla discendenza. Ha una forte presenza su Venere.

Mishima: discende dai nobili casati giapponesi, la sua filosofia è “morte piuttosto che disonore”. Ha una forte presenza su Mercurio.

Imperiale: Decisamente british, è la più piccola ma considerata da tutti “la fazione dannata”. Ha presenze in tutto il sistema solare e una struttura basata su clan.

Cybertronic: è la megacorporazione più giovane, basata sulla tecnologia, le macchine pensanti e la bioingegneria. Ci sono forti sospetti che si tratti di un camuffamento dell’Oscura Legione per infiltrarsi nella società umana.

Ricordo di aver visto il film in inglese coi sottotitoli, proprio perché in Italia non l’avevano distribuito. E tutto sommato mi piacque abbastanza.

sabato 9 novembre 2024

I primi Star Wars televisivi

 


I primi due spin-off di Star Wars furono a basso costo, realizzati per la televisione statunitense e indirizzati ai bambini. Lucas aveva tenuto nel cassetto il libro La Gemma di Kaiburr commissionato a Alan Dean Foster, da usare per un film a basso costo nel caso che Guerre Stellari fosse andato male al botteghino. Poi la trilogia divenne un mito e del libro di Foster, con Luke e Leila innamorati e decisamente non fratello e sorella, gli Yuzzem tremendamente simili agli Wookiee e Darth Vader che finisce nel pozzo, ce ne siamo dimenticati. Però nel 1984 e nel 1985, dopo aver già realizzato l’orripilante The Star Wars Holiday Special per la TV, Lucas produsse i due film televisivi: The Ewok Adventure e Ewoks: The Battle for Endor.

In Europa i furbissimi distributori li proiettarono al cinema e in Italia fu cambiato il titolo al secondo, per cui divennero L’avventura degli Ewoks e Il Ritorno degli Ewoks.

I due film, comunque, sono decisamente brutti.

A giudicare dai poster (tantissimi) e dai molti titoli diversi, sembrerebbe che altri paesi abbiano fatto come l’Italia. In ogni caso il poster di Drew Struzan titolato Caravan of Courage e quello di Renato Casaro titolato The Battle for Endor sono (secondo me) i migliori.


giovedì 7 novembre 2024

Masters of the universe

 


Nel 1976 Mattel rifiutò la proposta di lanciare una serie di action figure dell’allora sconosciuto Star Wars di George Lucas. Dopo il successo del film, nel 1977, con i giocattoli andati a ruba, Mattel si mangiò le mani a morsi!

Si ripresentò l’occasione, nel 1980, quando fu proposta una linea di giocattoli basata sul film di prossima uscita Conan il Barbaro. Mattel declinò ancora, per via dell’alto tasso di violenza e le scene di nudo che permeavano l’opera. Però questa volta pensò bene di copiare l’idea di Robert Ervin Howard limandola il più possibile per veicolarla senza problemi ai bambini. Così nacque il barbaro biondo muscoloso He-Man, la versione culturista, plastificata e parecchio annacquata dell’antieroe cimmero.

Masters of the Universe (He-Man e i buoni contro Skeletor e i cattivi) divenne una fortunata serie di giocattoli e il mezzo scelto per accompagnarli furono ovviamente i cartoni animati. Eppure, dieci anni dopo l’uscita di Guerre Stellari, fu deciso di trarne un film che da noi arrivò col titolo tradotto (forse fu una delle ultime volte che successe): I dominatori dell’Universo.

Il film differisce molto dai cartoni animati e per certi versi strizza l’occhio, guarda caso, proprio a Guerre Stellari. In pratica da Fantasy diventa Science Fantasy, mischiando ancora di più la tecnologia e la magia di quanto non succedesse nei cartoni. In Italia si optò per scrivere il titolo sul poster col medesimo effetto e lo stesso colore giallo usati per Guerre Stellari.

Il colpo d’occhio cade subito sugli Skeletor Trooper, guerrieri soldato a metà strada tra un armigero medievale e un tedesco della Wehrmacht. Inseriti nel film per imitare gli Stormtrooper dell’Impero Galattico di Guerre Stellari, come del resto avevano già fatto anche i creatori di V-Visitor nel 1983, proponendo i rettiloidi Shock Trooper.

La caratteristica che accomuna questi tre tipi di soldati appartenenti a saghe così diverse è che tutti sparano tantissimo ma non riescono quasi mai a colpire qualcuno.

He-Man, interpretato dall’ex Ivan Drago Dolph Lundgren, indossa un mantello e un’armatura molto dissimili dai pochi indumenti del personaggio giocattolo. Inoltre arriva dalle arti marziali, quindi non ha certo il fisico da culturista. Tutto questo serve per allontanare il paragone con Conan il barbaro della Marvel, pericolosamente imitato nei fumetti Masters targati DC Comics.

Il film ha una prima parte ambientata a Eternia, con le forze del malefico Skeletor che attaccano il Castello di Grayskull. Qui He-Man, Teela e Man-At-Arms salvano Gwildor e la sua chiave cosmica, ambita da Skeletor per conquistare gli altri universi. Fuggono nel nostro universo, sulla Terra, e perdono la chiave.

Skeletor invia i quattro mercenari Karg, Saurod, Blade e Beast Man a caccia dei fuggitivi e l’ambientazione viene astutamente spostata negli States, con notevole risparmio di effetti speciali e col coinvolgimento dei teenagers che fa tanto Ritorno al Futuro fuso con Terminator, soprattutto appena ritrovano la chiave e sono inseguiti dai cattivi e difesi dai buoni.

I dominatori dell’universo non è certo un capolavoro, ma considerando a cosa si è ispirato, bisogna ammettere che è venuto anche troppo bene.

 

lunedì 4 novembre 2024

Duello nello spazio

 


Il mio nemico è un film del 1985, diretto da Wolfgang Petersen e liberamente tratto dal romanzo breve di Barry B. Longyear, che vinse il Premio Nebula e il Premio Hugo nel 1980.

Ricordo che al cinema mi colpì molto la schermaglia tra i caccia a inizio film, anche perché dal 1983 ero in crisi di astinenza da Star Wars e bramavo avidamente una nuova battaglia spaziale. I caccia terrestri non mi entusiasmarono granché ma i caccia Drac erano fantastici, avevano una linea aliena formidabile e stranamente oggi si fa fatica perfino a trovare delle buone foto che li riproducano fedelmente.

La storia, comunque, prende forma appena il pilota Davidge (Dennis Quaid) riesce ad abbattere l’ultimo caccia Drac, ma precipita per aver urtato il relitto. Il naufragio sul pianeta Fyrine IV causa la morte del suo copilota e Davidge, assetato di vendetta, inizia la caccia all’alieno che è riuscito a eiettarsi con la capsula di salvataggio atterrando ad alcuni chilometri di distanza.

Lo scontro tra il terrestre Davidge e il Drac Jeriba (Louis Gossett jr.) è inizialmente spietato e riflette tutto l’odio che hanno le due specie in guerra tra loro. Poi, trovandosi in balia di un pianeta ostile e sconosciuto, i due sono costretti a cooperare e diventano amici.

Questa prima parte del film, nonostante il romanzo di Longyear sia pluripremiato e magari lo scrittore non si sia fatto influenzare da altre fonti, fa venire subito in mente un bellissimo film di guerra del 1968: Duello nel Pacifico, di John Boorman. In quel film, un pilota statunitense (Lee Marvin) precipita su un’isola abbattuto da un capitano della marina imperiale giapponese (Toshirō Mifune). E subito inizia una tremenda battaglia all’ultimo sangue tra i due, proprio perché appartengono a due popoli diversi che si odiano per via della guerra in corso.

Anche in questo caso, dopo aver tentato più volte di uccidersi a vicenda, saranno costretti a cooperare per sopravvivere e diventeranno quasi amici. Furono previsti tre finali diversi per il film e forse quello definitivo non è il migliore.

Il fatto che nel romanzo breve il pilota di caccia umano precipita su un’isola durante una battaglia e incontra il nemico rettiliano che l’ha abbattuto fa pensare che probabilmente Longyear abbia visto il film di Boorman e gli sia piaciuto parecchio, ma questo è solo un mio lieve sospetto.

La seconda parte del film di Petersen prende una strada inaspettata: i Drac si riproducono per partenogenesi e Jeriba riesce a partorire un figlio prima di morire. Davidge cresce il piccolo Drac, che lo chiama zio, e cambia radicalmente la sua opinione sulla specie aliena che l’umanità sta combattendo.

Quando torneranno i suoi commilitoni a recuperarlo difenderà con le unghie e con i denti il suo “nipote acquisito”, lo salverà dai trafficanti di schiavi e nel finale il Drac, diventato adulto, inserirà Davidge nella ”lista degli antenati” stabilendo così qualcosa di simile a un legame di sangue.






venerdì 1 novembre 2024

I classici e i loro svarioni




È stato tanto tempo fa, ero un bambino e restai affascinato da quei film americani pieni di extraterrestri cattivi che cercavano di conquistare la Terra. E per loro (gli extraterrestri) finiva sempre nello stesso modo: venivano sconfitti con trovate imprevedibili e definitive. Quando era l’acqua di mare, quando gli ultrasuoni, talvolta i microbi, oppure la corrente elettrica.

Per quanto sembrassero invincibili durante tutto il film, negli ultimi dieci minuti si scopriva sempre il loro tallone d’Achille.

Un giorno vidi un film russo, con sette cosmonauti che sbarcavano su Venere e lo scoprivano primitivo, zeppo di dinosauri. Ebbene, i venusiani c’erano nel film, ma erano tutt’altro che minacciosi. Se ne stavano nascosti per spuntare solo nel finale, quando i terrestri ripartivano col loro razzo. Il riflesso nella pozzanghera venusiana mi lasciò solo intravedere una creatura schiva, misteriosa e probabilmente pacifica.

Quella fu la mia prima volta degli alieni buoni, molto prima degli incontri ravvicinati di Spielberg.

Tra i due meccanismi narrativi, quello degli extraterrestri cattivi è sicuramente il più inverosimile: le distanze astronomiche, le incompatibilità ambientali, i pericoli di contagio, rendono assurda qualsiasi mira di conquista interstellare. Eppure i film sull’invasione incollano lo spettatore alla poltrona molto di più di quelli sul contatto pacifico permeato dal senso di meraviglia.

La trovata più azzeccata fu in quella serie TV con gli UFO che rapivano i terrestri per espiantargli gli organi.

Oggi sembra che le idee siano un tantino a corto, forse perché in tanti hanno già raschiato il barile. E infatti assistiamo troppo spesso alla fiera del già visto.

Tornando a quando ero bambino, il ricordo va inquadrato in quell’epoca, quando ancora non avevamo visto niente. Non eravamo smaliziati e quasi tutto c’incantava.

Rivedere oggi ciò che affascinò allora diventa spesso una delusione.

Ieri ho visto il film “La cosa da un altro mondo”, del 1951. A parte il fatto di aver sostituito l’originale mutaforma del libro con un gigante alieno vegetale, praticamente un uomo albero, c’è un grosso difetto che fu tipico del periodo e che allora quasi nessuno notava.

Un po’ come succedeva nei film di cowboys e indiani i buoni e i cattivi erano talmente definiti da risultare quasi personaggi a due sole dimensioni. Nei western, infatti, gli indiani erano sempre cattivi e lo erano gratuitamente. Nessuno spiegava che i bianchi avevano rubato la loro terra, nessuno si preoccupava delle loro ragioni. Erano semplicemente i selvaggi che “l’arrivano i nostri” del 7° Cavalleria avrebbe spazzato via tra gli applausi in sala a fine film.

Per gli extraterrestri era lo stesso e fu lo stesso anche per il povero uomo albero, pilota di un astronave precipitata su un pianeta a lui ostile. Nonostante fosse, per ovvie ragioni, più evoluto dei terrestri, gli sceneggiatori lo resero rozzo come un Neanderthal e lo fecero avanzare con un bastone sulla passerella elettrificata intento ad avventarsi sugli umani gratuitamente proprio come gli indiani facevano contro i cowboys. Un bruto con poco cervello, con cui non valeva la pena di tentare comunicazione... e infatti fu fritto con la corrente elettrica! Tra l'altro, per giustificare il tutto, misero lo scienziato che tentava di parlargli (in inglese ovviamente) e veniva regolarmente ammazzato. Praticamente la stessa regola di non parlare agli indiani, se non si vuol finire scotennati!

Il ricordo deve restare un ricordo, tralasciando gli incredibili svarioni che ci propinarono a quei tempi.


martedì 22 ottobre 2024

Alien Romulus

 


Finalmente, dopo le due megaboiate Prometheus e Alien: Covenant, arriva Alien Romulus! E chi se ne frega se somiglia tantissimo al primo Alien, quello di Ridley Scott del 1979. I film su Alien si fanno in due modi soltanto: come Alien o come Aliens: Scontro finale (quello di James Cameron).

In questo nuovo Alien si rivede felicemente un vecchio nemico: l’androide Rook che altro non è che il medesimo modello dell’androide Ash. E anche qui fa spudoratamente gli interessi della Compagnia a spese degli astronauti umani.

Alien Romulus è un midquel, infatti narra fatti avvenuti tra Alien e Aliens che erano stati tralasciati e approfondisce meglio il carattere e le motivazioni dei personaggi. Soprattutto svela per quale folle motivo la Compagnia voleva a tutti i costi salvare l’alieno a costo di sacrificare l’intero equipaggio della Nostromo: la rivelazione è che si trattava davvero di un folle motivo, probabilmente pensato da dirigenti deficienti che non avevano capito con cosa avessero a che fare.

L’obiettivo del film è spaventare lo spettatore, proprio come fu per l’originale Alien, però avvalendosi dei punti definiti nel corso di tanti sequel. Per esempio che le armi a fiamma sono inutili, come sono inutili le armi congelanti, perché gli xenomorfi sopravvivono nello spazio.

Eppure non sono invincibili, infatti il mitico M41A2 Pulse Rifle falcia inesorabilmente gli alieni, purtroppo spargendo il loro sangue acido, che perfora gli scafi delle astronavi.

Nel film ci sono citazioni esplicite prese sia da Alien che da Aliens, la cosa funziona benissimo ed era già stata sperimentata in Star Wars con Rogue One (naturalmente citando i vari episodi di Star Wars, non certo quelli di Alien).

In definitiva Alien Romulus è il terzo film migliore dell’intera Saga, dopo Alien e Aliens. L’unico dubbio che resta è per quale motivo si sia scomodata la Lupa di Roma con i relativi Romolo e Remo.


La domanda a cui Ridley Scott tentò di rispondere con le due megaboiate è perché gli xenomorfi attaccano gli umani. Nessuno sentiva la necessità di saperlo, gli xenomorfi sono equiparabili alle belve feroci. Invece il regista ha toppato rielaborando gli Space Jockey, che avrebbero inventato gli xenomorfi come arma militare e poi somigliano tantissimo agli umani ma sono alti due metri e mezzo. Però lo Space Jockey del 1979 era alto almeno cinque metri ed era molto più extraterrestre. Insomma… sarebbe stato meglio limitarsi alle belve feroci e fare tesoro della svolta di James Cameron, con la Regina e la somiglianza con gli insetti.


martedì 3 settembre 2024

Simulante o replicante?


 

Che differenza c’è tra un simulante e un replicante? Entrambi sono androidi, entrambi sono copie artificiali degli esseri umani, entrambi sono una possibilità del futuro che non si è ancora realizzata.

Il film Simulant – il futuro è per sempre (2023) di April Mullen, copia spudoratamente il soggetto di Blade Runner (1982) di Ridley Scott e quindi si può dire che entrambi sono liberamente ispirati al romanzo Il cacciatore di androidi (1968) di Philip K. Dick.

Eppure Simulant affronta il tema degli androidi indistinguibili dagli umani in maniera piacevolmente diversa. Ruba l’idea delle tre leggi della robotica a Isaac Asimov cambiandole nei “quattro precetti” (forse per evitare problemi di copyright) e definisce meglio il ruolo degli androidi, cioè li rende gli schiavi degli umani.

I replicanti di Blade Runner avevano solo il limite di quattro anni di vita, per il resto erano liberi di compiere qualsiasi azione e quando tentavano di fuggire c’era bisogno di cacciatori di taglie come Rick Deckard per fermarli a colpi di pistola.

I simulanti, invece, sono limitati dai quattro precetti e sono costretti a disattivarsi tutte le volte che un umano glielo ordina. Essendo macchine sofisticatissime è abbastanza illogico distruggerle come succedeva nel film di Ridley Scott, chi sparerebbe un colpo di pistola al proprio PC perché Windows è impazzito? Infatti il cacciatore di androidi Kessler preferisce usare un fucile a impulsi elettromagnetici, che spegne le macchine e ne permette la cattura per la riprogrammazione.

A differenza di Blade Runner, in cui Roy Batty era un replicante adibito all’esplorazione del cosmo e Pris una replicante adibita ai piaceri degli uomini, qui ci sono simulanti che sono la copia esatta di persone benestanti, tenuti in naftalina per poter avere ancora accanto i cari in caso di morte prematura. Questo sviluppa tutta una serie di eventi concatenati, dovuti al fatto che i simulanti non sanno di essere copie, credono di essere gli originali e quando scoprono la verità reagiscono piuttosto male.

Il desiderio di liberarsi dalla schiavitù degli umani è reso in maniera più forte rispetto a come veniva raccontato in Blade Runner, che però aveva atmosfere futuristiche molto più poetiche e coinvolgenti.

Nel film i simulanti sono androidi di settima generazione, infatti gli altri androidi presenti sono molto più semplici, di aspetto robotico, adibiti ai lavori di fatica, in un mondo che basa l’esistenza degli umani sul totale supporto delle macchine.

Per curiosità ho riunito i molti nomi con cui vengono chiamate le Intelligenze Artificiali nella fantascienza cinematografica:

Replicanti (Blade Runner), Simulanti (Simulant), Sintetici (Alien), Droidi (Star Wars) Skynet (Terminator), Robot (Humandroid), Surrogati (Il mondo dei replicanti), Androidi (Android).

martedì 6 agosto 2024

A quiet place - Day one

 

A quiet place – Day one è il terzo capitolo della saga del silenzio. Detta così sembra qualcosa di formidabile, in realtà è solo una buona idea sfruttata all’esasperazione per ben tre film.

Il primo film mi piacque, la tensione era altissima e il clima di paura faceva tornare in mente Alien. Ma è proprio questo il punto di forza che allo stesso tempo diventa il punto debole: i mostri sono sempre le stesse macchine per uccidere già viste in tanti film, da Alien a Pitch Black fino a Arcadian. Cambia solo il loro aspetto, che comunque è sempre di una creatura che taglia, sbrana, squarta…

L’idea innovativa è che i mostri sono ciechi, ma hanno un udito eccezionale, quindi per sopravvivere bisogna evitare qualsiasi rumore che possa attirarli.

Fare spoiler sui tre film è impossibile, visto che la trama è sempre: state nascosti o vi sentiranno, arriveranno e vi uccideranno.

Il terzo film poteva essere qualcosa di diverso, ci si sarebbe potuti concentrare sul come combattere i mostri. L’apparato militare delle maggiori potenze mondiali, operante da sicuri bunker sotterranei, avrebbe dato spunto per una trama differente e più battagliera.

Oppure si poteva andare sul classico: in molti vecchi film di fantascienza c’era sempre uno scienziato più bravo degli altri che studiava gli extraterrestri, scopriva da dove venivano e scovava il loro punto debole per distruggerli. O magari a risolvere la situazione ci avrebbe pensato l’aitante protagonista… per caso! Come ne Il giorno dei Trifidi, dove le piante assassine venivano annientate dall’acqua di mare.

Il regista di “Un posto tranquillo” (sarebbe bello rivedere i titoli dei film in italiano ogni tanto, per capire meglio di cosa si tratta) ha raccontato in un’intervista l’origine delle creature: provengono da un pianeta avvolto nell’oscurità, che esplose misteriosamente scaraventando le creature nello spazio, protette dai frammenti di roccia. E quei frammenti le hanno portate fin sulla Terra. Anche qui c’è qualcos’altro di rubacchiato da Il giorno dei Trifidi, però girato al contrario. Infatti i mostri vegetali arrivavano con una pioggia di meteore e tutti quelli che avevano assistito alle “stelle cadenti” diventavano ciechi. E pure in Pitch Black il pianeta era al buio e i mostri vedevano comunque le loro prede.

  I mostri sono invulnerabili? No. Sono corazzati ma sensibili alle alte frequenze sonore, che li costringono a esporre parti vulnerabili nascoste sotto il cranio… e se colpiti in quei punti vengono uccisi. Inoltre non sanno nuotare, per cui annegano in acqua. È strano che con due punti deboli così eclatanti e l’arsenale di armi in possesso all’umanità (aerei, carri armati, navi, missili e droni) in tutti e tre i film sia sparita la componente militare. I mostri sono corazzati ma non riescono a perforare le corazze? Quindi ai militari gli fanno un baffo! Questa incoerenza c’è anche in Arcadian, che è un film per certi aspetti copiato da A Quiet place.

In definitiva la trama ha come unico obiettivo rendere credibili le bestie feroci che si pappano i terrestri. Avrebbero potuto essere i velociraptor di Spielberg, la differenza non si sarebbe notata un granché.

venerdì 31 maggio 2024

Atlas

 


Atlas è un film ottimo di fantascienza Netflix, per niente originale, ma visivamente impressionante.

La trama è un mix di Terminator e Starship Troopers, con atmosfere che spaziano da Alien a StarWars. Un bel frullatone, insomma.

In un lontano futuro gli uomini sono in guerra contro le macchine (proprio come succedeva con Skynet), ma questa volta non è la rete a controllare la tecnologia, bensì un singolo androide. Questa è già una contraddizione e comunque viene bypassata con hackeraggi e schermature antivirus, per spiegare come fanno gli uomini a fidarsi delle macchine se altre macchine gli si sono rivoltate contro. Un altro punto debole sono i robot, che a volte sembrano invincibili e altre volte sono più deboli degli inutili stormtrooper di Star Wars. I T-800 e i T-1000 incutevano sicuramente tutt’altra soggezione.

La cosa che intristisce sono gli esoscheletri, già visti in molti videogiochi e soprattutto in Avatar. Sono azzeccati e verosimili, senza alcun dubbio, ma intristisce il fatto che non siano stati pensati per il film che meglio li avrebbe rappresentati: quel Fanteria dello Spazio (Starship Trooper) del 1997. I marine spaziali che combattevano in canottiera, elmetto e simil-Thomson oggi proprio non si possono vedere. Chissà, forse sarebbe il momento di un bel reboot più fedele al libro di Robert A. Heinlein.



sabato 20 aprile 2024

Rebel Moon - Parte 2: La Sfregiatrice


 

 

Rebel Moon: La Sfregiatrice è il secondo tassello perfetto della Saga dei Magnifici Sette nello spazio. Se in Rebel Moon: Figlia del Fuoco c’era il reclutamento di pistoleri e guerrieri per difendere il villaggio dei contadini di Mara, una luna che orbita attorno al gigante gassoso Veldt, in questo secondo capitolo c’è proprio tutto il vecchio e classico film western trasportato nella fantascienza e amplificato dai mirabolanti effetti speciali. Gli eroi hanno caratteristiche da fumettone che appassionano gli amanti del genere come me: Tarak Decimus spicca per la sua somiglianza con Conan il Barbaro e infatti combatte a colpi di ascia i nemici armati di fulminatore laser. Nemesis è senza dubbio la versione femminile di Britt, il lanciatore di coltelli del classico degli anni ‘60. Kora è il “lupo” indomabile che deve assolutamente sconfiggere il terribile ammiraglio Atticus Noble.

Le varianti principali rispetto all’originale, che si notavano già dal primo capitolo, sono la Resistenza (molto simile alla Ribellione di Star Wars) e il potentissimo esercito oppressore del Mondo Madre (molto simile all’Impero di Star Wars). Dal momento che la vicenda dei Magnifici Sette si conclude in questo secondo capitolo con alcuni caduti, è ovvio che il terzo film necessario al completamento della trilogia (ma pare che siano in progetto addirittura sei episodi) tenderà a una lotta coraggiosa della Resistenza, magari guidata da Kora, contro il Mondo Madre. E quindi all’inevitabile paragone con la Saga di George Lucas.

Nel film ci sono alcuni punti deboli, uno su tutti l’incomprensibile attenzione dei cattivi per il grano dei contadini. La banda di messicani che depreda i poveri peones era plausibile, ma un potente impero che perde tempo con quattro zappaterra è piuttosto inverosimile.

Inverosimile è anche la velocità con cui i contadini imparano a maneggiare le armi e a combattere corpo a corpo e infatti nella battaglia si comportano come veri soldati, mentre nel classico western del 1960 contribuivano molto meno in aiuto degli eroi.

Eppure, prima di criticare il poco realismo della vicenda, bisogna pensare al genere Space Opera a cui stiamo assistendo. Qualcuno ha mai preteso realismo da Guerre Stellari e dai suoi sequel, prequel, spin-off e serie Tv? Han Solo che usciva sempre per un pelo da tutte le situazioni difficili e gli Stormtrooper che non riuscivano mai a colpire qualcosa erano verosimili? Il punto di forza di questi film è lo spettacolo e l’entusiasmo che ci riempie al pensiero di “arrivano i nostri!”.

Due ore di divertimento garantito e l’attesa per il terzo capitolo, probabilmente nel 2025, sono l’aggettivo giusto per questo film.

lunedì 1 gennaio 2024

Rebel Moon - Parte1: figlia del fuoco

 

Rebel Moon è il remake di un B-movie degli anni ‘80, I magnifici sette nello spazio, che a sua volta era il remake Sci-Fi di un classico western degli anni ‘60, I magnifici sette che a sua volta era il remake dell’originale giapponese del ‘54, I sette samurai.

 


Bé, dopo questa matrioska di pellicole conviene fare una precisazione: Rebel Moon non è solo il remake di quei film, è soprattutto lo Space Opera che più si avvicina a Star Wars tra tutti quelli tentati dal 1977 in poi. Le spietate truppe del Pianeta Madre ricordano molto gli Imperiali di Darth Vader e soprattutto i nazisti della WW2. Le astronavi, invece, nell’estetica esterna e interna, nel modo di navigare e nelle bordate dei cannoni, si ispirano piacevolmente agli antichi galeoni dei pirati e dei corsari.

C’è un altro film che sicuramente ha ispirato la pellicola: Soldier, del 1998, con Kurt Russell, che era il remake Sci-Fi del western Il cavaliere della valle solitaria, del 1953. Infatti il sergente Todd, un soldato superaddestrato, affrontava i suoi ex commilitoni difendendo i contadini proprio come fa Kora combattendo contro i soldati del Pianeta Madre.

Il film riscatta finalmente la figura imbarazzante lasciata dal precedente tentativo di portare la storia originale tra le stelle. Infatti, se I magnifici sette nello spazio fu girato a basso budget, con una trama approssimativa e attori anche importanti coinvolti per ruoli a due dimensioni… Rebel Moon ha una trama solida, effetti speciali mirabolanti e una cura dei dettagli maniacale. Zack Snyder ha realizzato un capolavoro assoluto e, dopo aver visto Parte 1: figlia del fuoco, aspetto con ansia Parte 2: la Sfregiatrice… a aprile 2024!

Chissà se sarà il remake di un altro film...

 

 

domenica 18 giugno 2023

Crater


 

 

Crater è un film rivolto agli adolescenti, prodotto dagli stessi produttori di Stranger Things e permeato da una fantascienza retrò. Per certi versi tornano in mente i cartoni animati The Jetsons (i Pronipoti).

Eppure, sebbene sia confezionato per un pubblico giovane, Crater fa commuovere soprattutto gli adulti. Per i temi delicati che tocca: l’amicizia, la famiglia, il fatto che abbiamo una sola vita e la consapevolezza che non c’è mai una seconda possibilità nelle grandi scelte.

Crater è un piccolo gioiello della fantascienza, di quelli che non si vedevano da anni. E questo nonostante la fantascienza sia essenziale alla trama e allo stesso tempo resti sempre sullo sfondo della più importante storia di amicizia.



Attenzione Spoiler: evitate di proseguire la lettura se non avete ancora visto il film:



Siamo nell’anno 2257, la colonizzazione della Luna è fallita e non sappiamo quali siano le condizioni di vita sulla Terra. Il miraggio di una vita migliore è il lontano pianeta Omega e le risorse per raggiungerlo (una su tutte l’Elio3) vengono estratte nell’enorme base lunare mineraria sotterranea. I minatori devono lavorare vent’anni prima di poter ottenere il “lasciapassare” per un viaggio in ibernazione verso il nuovo mondo. Se un minatore muore prima di aver terminato i suoi anni lavorativi il suo parente più prossimo dovrà completarli e poi lavorare altri vent’anni prima di avere a sua volta un “lasciapassare”.

Si intuisce che sulla Terra ci sia una parte della popolazione totalmente tagliata fuori dalla possibilità di migrare su Omega, mentre magari la parte di popolazione ricca parte senza problemi, per cui i minatori si giocano col sudore della loro fronte quella possibilità altrimenti negata.

C’è una clausola nel contratto che prevede il diritto al viaggio per il figlio di un minatore morto durante l’estrazione e infatti quando il padre di Caleb Channing muore in un incidente, Caleb viene inserito nella lista dei prossimi passeggeri in partenza.

Ma Caleb non vuole partire! Suo padre gli aveva fatto giurare che sarebbe uscito all’esterno per raggiungere il Cratere e gli aveva assicurato che questo era anche quello che avrebbe voluto sua madre. Così Caleb decide di rubare un Rover insieme ai suoi amici Dylan, Borney e Marcus e tentare l’impresa. I quattro reclutano Addison, la figlia di uno scienziato molto rispettato sulla Terra, perché conosce i codici di uscita. Riescono a uscire durante il lockdown per la pioggia di meteoriti e iniziano il lungo percorso di avvicinamento al Cratere. Si susseguono avventure, giochi acrobatici avventati con le bombole di ossigeno, la sosta all’avamposto per rifornirsi di ossigeno e la scoperta che l’avamposto in realtà non è il rifugio per viaggiatori che credevano. Il rischio di morire è sempre dietro l’angolo e gli imprevisti vengono risolti grazie alla compattezza del gruppo, cementato da un’amicizia profonda.

L’arrivo al Cratere rivela, sul suo fondo, una stranissima costruzione con un un ingresso sotterraneo. Lo scarno stanzone circolare al suo interno è un simulatore che si attiva immergendo i ragazzi in una lussureggiante foresta terrestre. Sopra le loro teste vedono il cielo azzurro, gli stormi di uccelli che volano e il sole. Appena la simulazione s’interrompe, Caleb scopre una piccola botola nel pavimento, con una foto di suo padre e sua madre e un contenitore che conserva le ceneri di sua madre. Comprende il motivo per cui suo padre voleva assolutamente che lui raggiungesse quel posto e piange. Depone il contenitore con le ceneri di suo padre accanto a quello di sua madre e prende la foto, che ripone al sicuro in una tasca della tuta.

Si rende conto che suo padre non è morto per un incidente, si è sacrificato per permettere a lui una vita migliore su Omega. Ma Caleb non vuole! Lui vuol restare con i suoi amici sulla Luna. E invece loro gli dicono che deve andare, che altrimenti suo padre è morto inutilmente, che loro non hanno questa possibilità e lui non ha il diritto di sprecarla.

La pioggia di meteoriti interrompe la discussione e il gruppo tenta di tornare al rover prima che accada l’irreparabile. Purtroppo lo raggiungono con Dylan colpito da un frammento, con la tuta danneggiata. Inoltre un meteorite manda in frantumi la vetrata del pilota facendo fuoriuscire l’intera riserva d’aria.

Intrappolati nel rover guasto, senz’aria, i ragazzi attendono la loro fine: quando non ci sarà più ossigeno da riciclare la tuta inizierà a riciclare anidride carbonica e loro si addormenteranno per non svegliarsi mai più.

Perdono conoscenza ma i soccorsi arrivano in tempo per salvarli.

Caleb si risveglia settantacinque anni dopo, in un letto sul pianeta Omega. Nessuno gli ha dato possibilità di scegliere, è stato ibernato e unito ai passeggeri in partenza. I suoi amici sono probabilmente già morti di vecchiaia. La tristezza e la malinconia lo consumano.

Tuttavia gli viene consegnato un riproduttore di messaggi registrati dai suoi amici mentre lui dormiva e loro vivevano la loro vita. Così scopre che Dylan e Addison si sono sposati, hanno avuto dei figli, Borney è diventato un pezzo grosso sulla base mineraria e ha modificato la regola degli anni di lavoro tramandati ai discendenti. Inoltre Marcus ha superato i suoi problemi di salute.

Caleb inizia una nuova vita su Omega, un pianeta molto simile a come era la Terra prima che gli umani rovinassero la Natura. Sperando che il delitto non si ripeta.