Per
gli amanti delle opere di Howard
Phillips Lovecraft,
gli
scrittori Vito Introna e Francesca Panzacchi raccontano lo
spettacolare ritorno di Cthulhu.
Zoltan
Czibor è il classico ungherese antisovietico emigrato dopo la caduta
del muro che detesta Lovecraft e i suoi scritti. Dopo aver visto
strane forme oscure nel Guadalquivir, una adepta di Palotas levitare
e aver sognato R’lyeh e altre mostruose città dalla geometria non
euclidea, sarà incaricato da quella medesima congrega di assistere,
quale interprete di Palotas, all’emersione di Tartesso, altra città
devota ai Grandi Antichi. Un'avventura che dovrà fare i conti con la
realtà…
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di seguito un breve estratto:
Ortro
abbaiava furioso, le due teste mostravano file di denti affilati e
sbavavano rabbiose all’indirizzo di un essere emerso sulla
battigia. Il loppide non aveva paura, ma presto dalle onde si
stagliarono altri busti verdastri, erano figure grottesche e
imponenti, percepì un pericolo. Che Poseidone fosse impazzito?
L’oceano
Occidentale non aveva mai ospitato simili esseri, titani rospiformi
grandi forse metà del suo padrone, forse meno.
Drizzò
il pelo, un mostro stava provando a inerpicarsi sulla scogliera.
Ortro
stavolta non ebbe indugi e si lanciò all’attacco, superò lo
sperone roccioso e impattò l’orrenda creatura.
L’essere,
colto di sorpresa, lo serrò fra braccia possenti e viscide, ma
lasciò la gola indifesa e le zanne del canide affondarono nella sua
putrida carne grassa e insapore. Ortro sentì il freddo sangue
dell’essere rifluirgli in bocca, la morsa si allentò, riuscì a
scrollarselo di dosso e a ritrarsi.
Il
mostro collassò malamente in acqua, giacque immobile sul fondale.
Intorno al cadavere si allargò una macchia scura e maleodorante,
terribili miasmi simili a tombe scoperchiate.
Ma
gli altri esseri non si spaventarono e anzi, come in onore di un
mutuo accordo, cominciarono a risalire fra lidi e scogli.
Ortro
non conosceva la paura, nemmeno il suo padrone poteva fargli del
male, ma era pur sempre consapevole di essere solo contro almeno due
dozzine di creature abissali.
Si
volse a cercare i buoi, la mandria per fortuna era in rotta verso le
stalle, l’odore dei mostri aveva terrorizzato i capi.
Gli
invasori camminavano a fatica, strascicando i passi su corte zampe
terminanti in artigli palmati, piedi da lucertola all’apparenza
prensili.
No,
non erano forti sulla terraferma. Ma non poteva sbranarli tutti.
L’urlo
e il richiamo del suo padrone lo fecero voltare e correre nella
macchia, rinunciando al combattimento.
Gerione
si levava molto oltre le querce e i frassini, le sue enormi gambe
sostenevano tre busti, tre teste e sei braccia, ciascuna mano destra
impugnava uno xiphos, ciascuna mano sinistra l’hoplon.
Gerione,
re di Tartesso, stava accorrendo e il fido Ortro, rincuorato, di
nuovo si precipitò sulla battigia per azzannare il mostro più
vicino, sventrandolo in pochi istanti.
Ma
le teste barbute di Gerione se possibile erano ancor più furiose
delle sue, gli sguardi del divino re avrebbero terrorizzato perfino
il grande Eracle.
La
sarissa calò rapida a infilzare tre piscidi, poi il titano si
avventò sugli invasori superstiti, piccoli e deboli al suo
cospetto.
Gerione
affondò gli xiphoi in quei corpi mollicci e repellenti, scrollò a
calci due mostri avvinti ai suoi schinieri, ruggì dalla rabbia
quando un essere più grande degli altri gli graffiò profondamente
una coscia nuda e lo tagliò in due parti, lasciando che le sue
interiora percolassero sangue bruno verso riva.
In
pochi minuti nessun mostro era in piedi e Ortro provò ad assaggiare
quelle interiora mortifere: vomitevoli, immangiabili.
Gerione
lanciò ancora il suo urlo all’orizzonte, sfidando altri esseri a
invadere la sua isola.
Un
moto ondoso scosse il mare calmo, alcune creature nuotarono rapide al
largo, terrorizzate dalla sorte dei loro compagni.
Un
gorgo sorto all’improvviso prese a implodere convulso, tutto il
mare parve precipitare nei suoi stessi abissi.
Un’enorme
testa di piovra emerse dal vortice e l’immenso corpo da rettile
alato si stagliò sopra tutto e tutti.
Ortro
solo a vedere le dimensioni di quell’essere guaì di terrore e
fuggì disperato verso gli ovili.
Ma
Gerione, raccolta la sarissa, la scagliò verso il mostro,
centrandolo in pieno cranio.
Si
udì uno scoppio simile al rompersi di una vescica. Una densissima
nebbia grigioverde coprì tutta Tartesso e l’oceano circostante.
Il
Mostro, colpito, non era morto e le sue membra distese si stavano
ricomponendo.
Il
grande Cthulhu avrebbe preso Tartesso.
Ma
Gerione non era disposto a cederla.
Zoltan
e Concesiòn si risvegliarono in secca, sporchi di fango e
intorpiditi.
Lui
respirò a fondo, cercando di ritrovare almeno in parte il proprio
equilibrio mentale.
Aveva
un mal di testa terribile e gli occhi vistosamente arrossati.
La
donna faticò a rimettersi in piedi, le gambe le facevano male ed
erano piene di grossi lividi.
L’intero
gruppo di seguaci fu invece risucchiato verso la città isola, in
balia del mostro che iniziò a divorarli uno alla volta.
Urla
strazianti echeggiavano nell’aria, eppure gli altri adepti non
tentavano di scappare, molti di loro al contrario nuotavano estasiati
verso Cthulhu che allungava i suoi mostruosi tentacoli sollevandoli a
uno a uno.
Anche
il santone fu divorato, la bestia gli staccò la testa di netto con
un morso. Il resto del corpo continuò a dimenarsi in una danza
macabra e surreale.
Zoltan
e Concesiòn assistettero in silenzio a quello spettacolo aberrante,
paralizzati dallo stupore e dalla paura.
Dalla
città emersa intanto cominciano ad aprirsi portali e cunicoli e
altri esseri, minuscoli al confronto di Cthulhu, si tuffavano
rapidamente in mare puntando decisi a riva.
Zoltan,
con la forza della disperazione, riuscì a scuotere Concesiòn e,
sciaguattando nel fango, cercarono ancora riparo, nel folto della
foresta.
Voltandosi
di scatto Zoltan notò una delle creature acquatiche giunte a riva.
Erano
verdi e vagamente umanoidi, non possedevano i tentacoli di Cthulu, ma
emanavano lo stesso identico fetore cadaverico.
Zoltan
trattenne a stento un conato di vomito.
Quelle
creature erano Dagon, cacciatori di balene.
Gli
stessi che Gerione e Ortro avevano respinto, per lo meno nei suoi
sogni.
Prima
di rituffarsi in mare uno dei mostri si drizzò in posizione eretta.
Era
alto almeno quaranta metri.
Il
mostro scrutò l’ambiente, poi esitò, aveva l’acqua all’altezza
delle caviglie e tentò di muovere verso la terraferma.
Zoltan
non stette ad attendere oltre, tappò la bocca dell’inorridita
campagna di sventura e insieme si precipitarono nel fitto del bosco.
Come se gli alberi avessero potuto proteggerli da quell’ammasso di
putrida carne verdastra, grande più di dieci elefanti.
La
terra tremò, il mostro sfidava la sua natura anfibia e avanzava a
passi incerti verso di loro, travolgendo querce e frassini.
A
quel punto Zoltan credette di impazzire, le urla disperate dei folli
presi da Cthulhu arrivavano fin lì, la massa immensa e i miasmi del
Dagon incombevano su loro due e la salvezza, al di là del colle, era
troppo lontana per le loro misere gambe. Il cuore cessò per un
istante di battere, rovinò di faccia nel terreno viscido. Concesiòn
urlò di terrore, segnalando la loro presenza all’incubo abissale.
Ma
Zoltan, del tutto incosciente, non vide Dagon voltarsi e rientrare
precipitosamente in acqua. Non vide il folle donnino inerpicarsi sul
clivo e finalmente correre a perdifiato verso l’autobus.
Non
vide il grande Cthulhu ergersi del tutto e sprofondare in acqua, né
seppe che era riemerso a qualche centinaio di metri dalla riva col
mare alla cintola, alcuni suoi devoti stretti fra i tentacoli, altri
che annaspavano molto più indietro.
Non
vide un enorme braccio molle tendersi e puntare diritto verso la
collina, superarla e rientrare trascinando al suolo ciò che restava
del loro autobus. Il tentacolo nell’accorciarsi arò il terreno con
la carcassa dell’autocarro, generando un profondo solco e
abbattendo decine di alberi.
Zoltan
non vide nemmeno il mostro immergersi e tornare rapido nella sua
città, quella Tartesso immensa e mostruosa che considerava la sua
seconda casa.
Non
vide Cthulhu affrontare l’umanoide tricefalo grande quasi quanto
lui, Gerione, fondatore di Tartesso e suo primo, mitico re.
I
suoi occhi erano divenuti simili a cannocchiali, sapeva di essere a
molte miglia marine di distanza, eppure coglieva ogni particolare di
quell’assurda lotta fra titani.
Gerione
era terribile, i tre corpi fusi nell’ampio bacino erano spaventosi
sotto le pesanti corazze di bronzo. Gli elmi, le spade, gli scudi e
gli schinieri riflettevano la cupa e sinistra luce verde di Tartesso,
mentre avanzavano verso il centro della città. Cthulhu riemerse da
un accesso sotterraneo e spalancato il portale che lo ritraeva, in
tutto simile a quello di R’lyeh, si lanciò furente contro
l’avversario. Di nuovo la sarissa lunga più di cento cubiti lo
trafisse, il grande antico non parve risentirne e i suoi tentacoli
avvilupparono il più piccolo Gerione. Ma il re non voleva darsi
vinto e pur succhiato da mille ventose amputò alcune molli braccia,
cercando di portarsi a tiro di spada.
Ortro
ruggì alle spalle di Cthulu e vinto il ribrezzo saltò, riuscendo ad
azzannargli una coscia glabra.
Stavolta
il tentacolo calò come una frusta, sbalzando il canide contro una
costruzione in rovina. Un lungo guaito di dolore, udibile a
chilometri di distanza, accompagnò la morte del fido Ortro.
Gerione
a quel punto raddoppiò gli sforzi, urlò al cielo qualcosa di
incomprensibile ma che forse richiamava delle sonorità omeriche.
Apollo
forse udì o forse ne fu disturbato, fatto sta che la terra prese a
tremare con una tale violenza da far crollare gran parte delle torri,
dei ponti convessi e degli edifici deformi di Tartesso, mentre i due
avversari continuavano ad avvinghiarsi ferocemente.
Il
terremoto e lo tsunami che seguì mandarono il povero Zoltan a gambe
per aria, tentò di rialzarsi ma la fanghiglia alta fino alla vita
ostacolò ogni suo tentativo di mettersi in salvo.
Un
ultimo scrosciare di pioggia e fulmini precedette una nuova ondata di
marea lurida che travolse Zoltan, risucchiando in mare centinaia di
alberi divelti.
Tartesso
tornò a sprofondare negli abissi, recando seco i due furenti titani
avvinghiati su rovine, pinnacoli collassati e un’infinità di
piscidi adoranti.