lunedì 5 dicembre 2016

Ricordo di un mondo che non c’è più




Erano i primi anni ’80, quando iniziarono a diffondersi quegli strani scatoloni provvisti di televisore, tettoia come se dovessero temere la pioggia, pulsanti, joystick e fessure per soldi o gettoni con su scritto insert coin. Erano arrivati i videogames elettronici da bar o salagiochi! Stregarono un’intera generazione, me compreso. Ricordo il primo in cui buttavo tutte le monete da cento lire che riuscivo ad avere da mio padre, si chiamava Defender e ti metteva alla guida di un’astronave su un percorso pieno di insidie: dai missili agli intercettori nemici che sputavano micidiali raggi laser. Tutto rigorosamente in 2D. Del tipo spaziale c’erano anche Galaga, Gyruss e Asteroid. E poi, cambiando genere, c’era Pac-Man, con i fantasmini che inseguivano la palla mangiapillole nel labirinto.
Cuddly Cuburt o Cubert o anche Q*bert faceva decisamente parte dei giochi di questo genere, con una creatura indefinita, bipede, priva di braccia e con la trombetta la posto di naso e bocca, che si spostava su una piramide impossibile fatta di cubi a tre facce che cozzavano con le regole della prospettiva. Ebbene, quel mondo era completamente fuori dalla realtà e oggi non potrebbe reggere il colpo di fronte ai moderni e iperrealistici Call of Duty o Batterfield. Eppure... quel mondo aveva una sua poesia, che si è persa.

Nel film La Storia infinita, il libraio passa il volume a Bastian parlando con disprezzo degli stupidi videogiochi capaci solo di fare bip, bip! Difende romanzi, racconti, perfino le favole della buonanotte. Tutto ciò che faceva sognare un tempo consisteva in caratteri neri su carta bianca. E in quel momento, i giochi elettronici che puntano solo sull’effetto visivo, senza portare contenuti, sono visti come una seria minaccia all’intelligenza.

Ma il punto di vista da cui si esprime un giudizio su qualcosa è importante: oggi viviamo nell’era dei film che hanno schiacciato inesorabilmente i libri, e molto più di quanto lo abbiano fatto i videogames, perché sono la nuova forma d’intrattenimento che soppianta la vecchia, senza pietà. Tuttavia, la poesia dei videogiochi anni ’80 è rimasta nel cuore di quelli che furono ragazzini e oggi sono cinquantenni ed è grazie a loro che Hollywood ci ha regalato il divertentissimo Pixels di Chris Columbus. Un film in cui ritornano più spettacolari che mai Pac-Man, Donkey Kong, Cubert e tanti altri.

È buffo: il cerchio si chiude e non c’è niente di negativo o di obsoleto da buttare. Non sono superati i libri nonostante i film e non sono vecchi Pac-Man e Cubert nonostante la PS4... o forse sì.

Comunque sia, voglio ricordare la poesia perduta con il disegno qui sopra.

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