lunedì 4 novembre 2024

Duello nello spazio

 


Il mio nemico è un film del 1985, diretto da Wolfgang Petersen e liberamente tratto dal romanzo breve di Barry B. Longyear, che vinse il Premio Nebula e il Premio Hugo nel 1980.

Ricordo che al cinema mi colpì molto la schermaglia tra i caccia a inizio film, anche perché dal 1983 ero in crisi di astinenza da Star Wars e bramavo avidamente una nuova battaglia spaziale. I caccia terrestri non mi entusiasmarono granché ma i caccia Drac erano fantastici, avevano una linea aliena formidabile e stranamente oggi si fa fatica perfino a trovare delle buone foto che li riproducano fedelmente.

La storia, comunque, prende forma appena il pilota Davidge (Dennis Quaid) riesce ad abbattere l’ultimo caccia Drac, ma precipita per aver urtato il relitto. Il naufragio sul pianeta Fyrine IV causa la morte del suo copilota e Davidge, assetato di vendetta, inizia la caccia all’alieno che è riuscito a eiettarsi con la capsula di salvataggio atterrando ad alcuni chilometri di distanza.

Lo scontro tra il terrestre Davidge e il Drac Jeriba (Louis Gossett jr.) è inizialmente spietato e riflette tutto l’odio che hanno le due specie in guerra tra loro. Poi, trovandosi in balia di un pianeta ostile e sconosciuto, i due sono costretti a cooperare e diventano amici.

Questa prima parte del film, nonostante il romanzo di Longyear sia pluripremiato e magari lo scrittore non si sia fatto influenzare da altre fonti, fa venire subito in mente un bellissimo film di guerra del 1968: Duello nel Pacifico, di John Boorman. In quel film, un pilota statunitense (Lee Marvin) precipita su un’isola abbattuto da un capitano della marina imperiale giapponese (Toshirō Mifune). E subito inizia una tremenda battaglia all’ultimo sangue tra i due, proprio perché appartengono a due popoli diversi che si odiano per via della guerra in corso.

Anche in questo caso, dopo aver tentato più volte di uccidersi a vicenda, saranno costretti a cooperare per sopravvivere e diventeranno quasi amici. Furono previsti tre finali diversi per il film e forse quello definitivo non è il migliore.

Il fatto che nel romanzo breve il pilota di caccia umano precipita su un’isola durante una battaglia e incontra il nemico rettiliano che l’ha abbattuto fa pensare che probabilmente Longyear abbia visto il film di Boorman e gli sia piaciuto parecchio, ma questo è solo un mio lieve sospetto.

La seconda parte del film di Petersen prende una strada inaspettata: i Drac si riproducono per partenogenesi e Jeriba riesce a partorire un figlio prima di morire. Davidge cresce il piccolo Drac, che lo chiama zio, e cambia radicalmente la sua opinione sulla specie aliena che l’umanità sta combattendo.

Quando torneranno i suoi commilitoni a recuperarlo difenderà con le unghie e con i denti il suo “nipote acquisito”, lo salverà dai trafficanti di schiavi e nel finale il Drac, diventato adulto, inserirà Davidge nella ”lista degli antenati” stabilendo così qualcosa di simile a un legame di sangue.






venerdì 1 novembre 2024

I classici e i loro svarioni




È stato tanto tempo fa, ero un bambino e restai affascinato da quei film americani pieni di extraterrestri cattivi che cercavano di conquistare la Terra. E per loro (gli extraterrestri) finiva sempre nello stesso modo: venivano sconfitti con trovate imprevedibili e definitive. Quando era l’acqua di mare, quando gli ultrasuoni, talvolta i microbi, oppure la corrente elettrica.

Per quanto sembrassero invincibili durante tutto il film, negli ultimi dieci minuti si scopriva sempre il loro tallone d’Achille.

Un giorno vidi un film russo, con sette cosmonauti che sbarcavano su Venere e lo scoprivano primitivo, zeppo di dinosauri. Ebbene, i venusiani c’erano nel film, ma erano tutt’altro che minacciosi. Se ne stavano nascosti per spuntare solo nel finale, quando i terrestri ripartivano col loro razzo. Il riflesso nella pozzanghera venusiana mi lasciò solo intravedere una creatura schiva, misteriosa e probabilmente pacifica.

Quella fu la mia prima volta degli alieni buoni, molto prima degli incontri ravvicinati di Spielberg.

Tra i due meccanismi narrativi, quello degli extraterrestri cattivi è sicuramente il più inverosimile: le distanze astronomiche, le incompatibilità ambientali, i pericoli di contagio, rendono assurda qualsiasi mira di conquista interstellare. Eppure i film sull’invasione incollano lo spettatore alla poltrona molto di più di quelli sul contatto pacifico permeato dal senso di meraviglia.

La trovata più azzeccata fu in quella serie TV con gli UFO che rapivano i terrestri per espiantargli gli organi.

Oggi sembra che le idee siano un tantino a corto, forse perché in tanti hanno già raschiato il barile. E infatti assistiamo troppo spesso alla fiera del già visto.

Tornando a quando ero bambino, il ricordo va inquadrato in quell’epoca, quando ancora non avevamo visto niente. Non eravamo smaliziati e quasi tutto c’incantava.

Rivedere oggi ciò che affascinò allora diventa spesso una delusione.

Ieri ho visto il film “La cosa da un altro mondo”, del 1951. A parte il fatto di aver sostituito l’originale mutaforma del libro con un gigante alieno vegetale, praticamente un uomo albero, c’è un grosso difetto che fu tipico del periodo e che allora quasi nessuno notava.

Un po’ come succedeva nei film di cowboys e indiani i buoni e i cattivi erano talmente definiti da risultare quasi personaggi a due sole dimensioni. Nei western, infatti, gli indiani erano sempre cattivi e lo erano gratuitamente. Nessuno spiegava che i bianchi avevano rubato la loro terra, nessuno si preoccupava delle loro ragioni. Erano semplicemente i selvaggi che “l’arrivano i nostri” del 7° Cavalleria avrebbe spazzato via tra gli applausi in sala a fine film.

Per gli extraterrestri era lo stesso e fu lo stesso anche per il povero uomo albero, pilota di un astronave precipitata su un pianeta a lui ostile. Nonostante fosse, per ovvie ragioni, più evoluto dei terrestri, gli sceneggiatori lo resero rozzo come un Neanderthal e lo fecero avanzare con un bastone sulla passerella elettrificata intento ad avventarsi sugli umani gratuitamente proprio come gli indiani facevano contro i cowboys. Un bruto con poco cervello, con cui non valeva la pena di tentare comunicazione... e infatti fu fritto con la corrente elettrica! Tra l'altro, per giustificare il tutto, misero lo scienziato che tentava di parlargli (in inglese ovviamente) e veniva regolarmente ammazzato. Praticamente la stessa regola di non parlare agli indiani, se non si vuol finire scotennati!

Il ricordo deve restare un ricordo, tralasciando gli incredibili svarioni che ci propinarono a quei tempi.


martedì 22 ottobre 2024

Alien Romulus

 


Finalmente, dopo le due megaboiate Prometheus e Alien: Covenant, arriva Alien Romulus! E chi se ne frega se somiglia tantissimo al primo Alien, quello di Ridley Scott del 1979. I film su Alien si fanno in due modi soltanto: come Alien o come Aliens: Scontro finale (quello di James Cameron).

In questo nuovo Alien si rivede felicemente un vecchio nemico: l’androide Rook che altro non è che il medesimo modello dell’androide Ash. E anche qui fa spudoratamente gli interessi della Compagnia a spese degli astronauti umani.

Alien Romulus è un midquel, infatti narra fatti avvenuti tra Alien e Aliens che erano stati tralasciati e approfondisce meglio il carattere e le motivazioni dei personaggi. Soprattutto svela per quale folle motivo la Compagnia voleva a tutti i costi salvare l’alieno a costo di sacrificare l’intero equipaggio della Nostromo: la rivelazione è che si trattava davvero di un folle motivo, probabilmente pensato da dirigenti deficienti che non avevano capito con cosa avessero a che fare.

L’obiettivo del film è spaventare lo spettatore, proprio come fu per l’originale Alien, però avvalendosi dei punti definiti nel corso di tanti sequel. Per esempio che le armi a fiamma sono inutili, come sono inutili le armi congelanti, perché gli xenomorfi sopravvivono nello spazio.

Eppure non sono invincibili, infatti il mitico M41A2 Pulse Rifle falcia inesorabilmente gli alieni, purtroppo spargendo il loro sangue acido, che perfora gli scafi delle astronavi.

Nel film ci sono citazioni esplicite prese sia da Alien che da Aliens, la cosa funziona benissimo ed era già stata sperimentata in Star Wars con Rogue One (naturalmente citando i vari episodi di Star Wars, non certo quelli di Alien).

In definitiva Alien Romulus è il terzo film migliore dell’intera Saga, dopo Alien e Aliens. L’unico dubbio che resta è per quale motivo si sia scomodata la Lupa di Roma con i relativi Romolo e Remo.


La domanda a cui Ridley Scott tentò di rispondere con le due megaboiate è perché gli xenomorfi attaccano gli umani. Nessuno sentiva la necessità di saperlo, gli xenomorfi sono equiparabili alle belve feroci. Invece il regista ha toppato rielaborando gli Space Jockey, che avrebbero inventato gli xenomorfi come arma militare e poi somigliano tantissimo agli umani ma sono alti due metri e mezzo. Però lo Space Jockey del 1979 era alto almeno cinque metri ed era molto più extraterrestre. Insomma… sarebbe stato meglio limitarsi alle belve feroci e fare tesoro della svolta di James Cameron, con la Regina e la somiglianza con gli insetti.


domenica 22 settembre 2024

Come sono fatti gli extraterrestri?


 


Immaginare gli extraterrestri è difficile. Ci hanno provato scrittori, illustratori e sceneggiatori, con risultati sempre legati alle creature conosciute, quelle terrestri appunto.

Eppure quale aspetto potrebbe avere davvero un extraterrestre? I Grigi del sistema stellare Zeta Reticuli sono credibili o sono semplicemente caricature degli esseri umani inventate da chi aveva ben poca fantasia?

Per quale incredibile coincidenza hanno due braccia e due gambe come noi, cinque dita come noi, due occhi, una bocca e un naso quasi come noi?

Da non sottovalutare l’errore madornale di rappresentarli nudi. Non hanno bisogno di tuta spaziale per sbarcare su un mondo che non è il loro? Respirano la nostra stessa aria (che culo!) ma sono naturalisti e hanno abolito i vestiti?

L’aspetto di un extraterrestre è per forza legato alle caratteristiche del suo pianeta, perché la vita si adatta all’ambiente in cui si sviluppa. Se quell’extraterrestre vive in un liquido probabilmente avrà le pinne, oppure dei tentacoli, se la gravità è bassa avrà una muscolatura molto ridotta. E magari potrebbe avere le ali se la pressione al suolo è talmente elevata da permettere la sopravvivenza solo tra le nuvole, come su Venere.

Queste sono tutte supposizioni che ovviamente, ignorando le condizioni dell’ipotetico pianeta abitato, lasciano il tempo che trovano. Tuttavia sono la base su cui ragionare per non cadere nella pura fantasia.

Un altro elemento che devono assolutamente avere gli extraterrestri, ovunque si trovino, è la manualità. Quindi devono possedere arti capaci di impugnare oggetti, scrivere, scolpire, modellare. Naturalmente la manualità da sola non basta: gli animali della Terra, fatta eccezione delle scimmie, non sono in grado di impugnare niente. Ma le scimmie, nonostante siano provviste di mani (anche al posto dei piedi) non hanno l’intelligenza sufficiente per sfruttare la loro manualità. Alla fine sono due i fattori essenziali: l’intelligenza e la manualità, mentre la forma del corpo viene decisa dall’adattamento ambientale.

Nei romanzi di fantascienza usano spesso l’escamotage dell’alieno telepatico, talvolta addirittura fatto solo di energia. Praticamente un essere talmente intelligente da aver sviluppato poteri mentali e in grado di muovere gli oggetti senza toccarli. Bell’idea! Peccato che sarebbe piuttosto improbabile l’evoluzione da una creatura primitiva, fino a un essere telepatico senza passare per la manualità.

Come sono allora gli extraterrestri che sicuramente popolano il cosmo? Avremo mai la possibilità di scoprirlo?

Pare di no, per via delle enormi distanze che ci separano dai sistemi stellari vicini, figuriamoci da quelli più lontani!

Se per qualche insperato colpo di fortuna una civiltà extraterrestre dovesse riuscire a raggiungerci e avessimo l’opportunità di scoprire come sono fatti, potremmo rimanere delusi. Potremmo trovarci di fronte a creature molto più umanoidi di quanto avremmo immaginato, perché forse nell'universo le condizioni per permettere la vita sono poche e se ripetute altrove, danno quasi i medesimi risultati.

In ogni caso il contatto sarebbe pericoloso, non per le invasioni di alieni cattivi come nei film, chi fa tanta strada non lo fa certo per conquistare. Il contatto sarebbe pericoloso a causa dei batteri e dei virus che potrebbero portarci dal loro mondo. E sarebbe pericoloso anche per loro, a causa delle nostre malattie ormai innocue per noi, tipo il raffreddore, che però sarebbero letali per loro.

 

martedì 3 settembre 2024

Simulante o replicante?


 

Che differenza c’è tra un simulante e un replicante? Entrambi sono androidi, entrambi sono copie artificiali degli esseri umani, entrambi sono una possibilità del futuro che non si è ancora realizzata.

Il film Simulant – il futuro è per sempre (2023) di April Mullen, copia spudoratamente il soggetto di Blade Runner (1982) di Ridley Scott e quindi si può dire che entrambi sono liberamente ispirati al romanzo Il cacciatore di androidi (1968) di Philip K. Dick.

Eppure Simulant affronta il tema degli androidi indistinguibili dagli umani in maniera piacevolmente diversa. Ruba l’idea delle tre leggi della robotica a Isaac Asimov cambiandole nei “quattro precetti” (forse per evitare problemi di copyright) e definisce meglio il ruolo degli androidi, cioè li rende gli schiavi degli umani.

I replicanti di Blade Runner avevano solo il limite di quattro anni di vita, per il resto erano liberi di compiere qualsiasi azione e quando tentavano di fuggire c’era bisogno di cacciatori di taglie come Rick Deckard per fermarli a colpi di pistola.

I simulanti, invece, sono limitati dai quattro precetti e sono costretti a disattivarsi tutte le volte che un umano glielo ordina. Essendo macchine sofisticatissime è abbastanza illogico distruggerle come succedeva nel film di Ridley Scott, chi sparerebbe un colpo di pistola al proprio PC perché Windows è impazzito? Infatti il cacciatore di androidi Kessler preferisce usare un fucile a impulsi elettromagnetici, che spegne le macchine e ne permette la cattura per la riprogrammazione.

A differenza di Blade Runner, in cui Roy Batty era un replicante adibito all’esplorazione del cosmo e Pris una replicante adibita ai piaceri degli uomini, qui ci sono simulanti che sono la copia esatta di persone benestanti, tenuti in naftalina per poter avere ancora accanto i cari in caso di morte prematura. Questo sviluppa tutta una serie di eventi concatenati, dovuti al fatto che i simulanti non sanno di essere copie, credono di essere gli originali e quando scoprono la verità reagiscono piuttosto male.

Il desiderio di liberarsi dalla schiavitù degli umani è reso in maniera più forte rispetto a come veniva raccontato in Blade Runner, che però aveva atmosfere futuristiche molto più poetiche e coinvolgenti.

Nel film i simulanti sono androidi di settima generazione, infatti gli altri androidi presenti sono molto più semplici, di aspetto robotico, adibiti ai lavori di fatica, in un mondo che basa l’esistenza degli umani sul totale supporto delle macchine.

Per curiosità ho riunito i molti nomi con cui vengono chiamate le Intelligenze Artificiali nella fantascienza cinematografica:

Replicanti (Blade Runner), Simulanti (Simulant), Sintetici (Alien), Droidi (Star Wars) Skynet (Terminator), Robot (Humandroid), Surrogati (Il mondo dei replicanti), Androidi (Android).

domenica 1 settembre 2024

Un mondo d'acqua dolce




Emerse dall’acqua, liscia e lucida. Spostò grandi quantità di liquido mentre si alzava. Aveva una forma che ne esaltava l’acquaticità: le ali basse laterali, quella dorsale e le due posteriori sembravano pinne. L’astronave del popolo acquatico prese il volo al largo dell’isola controllata dai Tlazk, provocando un’incredibile scia di vapore acqueo.

Da terra la videro subito, i fucilieri presero posizione. Gli artiglieri puntarono la contraerea.

«Ci stanno attaccando, Magtauker?» domandò Borgen, preoccupato, seguendo gli avvenimenti da dentro il bunker di osservazione. «Noi non possiamo aiutare una fazione a svantaggio di un’altra. Ma ci difenderemo, se attaccati».

Altri Marine erano alle sue spalle. Diego, tra loro, armò la pistola. I led luminosi si accesero in sequenza indicando il massimo dell’energia disponibile. Kira, invece, continuò a guardare affascinata quell’elegante nave che somigliava in modo impressionante a un enorme pesce della Terra.

Arrivò proprio sopra di loro. Se si trattava di un attacco, era il momento di reagire.

«Fuoco!» ordinò Magtauker.

Accecanti lampi di luce balenarono dai cannoni della contraerea e colpirono il nemico. Esplosioni tremende squassarono lo scafo.

Il fumo si diradò, le ammaccature e i danni apparvero visibili, ma non ingenti. I Saytrac non risposero al fuoco e atterrarono.

Magtauker ordinò ai suoi di interrompere le ostilità.

«Non hanno sparato, forse vogliono scambiare qualcosa con noi».

«È questo il vostro modo di iniziare trattative diplomatiche?» si stupì Kira.

«Ne esiste uno migliore?».

Il Capitano scosse il capo, rassegnata.

Il portello stagno dell’astronave scricchiolò, si aprì e una luce fioca lasciò intravedere le figure in ombra che uscivano.

Tre Saytrac con le teste avvolte dalle sfere liquide scesero e avanzarono verso il bunker di osservazione; due erano armati. Il terzo portava con sé un oggetto di discrete dimensioni.

Come portelli di un antico galeone, innumerevoli aperture sulla fiancata dello scafo rivelarono altrettanti Saytrac con disintegratore puntato, coprivano la delegazione incaricata di chissà quale trattativa.

«Usciamo, chiedono un incontro per parlare» disse Kira.

«Ma i Saytrac non parlano!» intervenne il Colonnello.

«In qualunque modo comunichino, lo vogliono fare ora».

Mentre Magtauker, scortato da alcuni dei suoi, usciva seguito da Borgen, Diego afferrò Kira per un braccio.

«Non rischiare inutilmente, andrò io».

«Senza armatura?».

«Senza armatura e con questi ingombranti riciclatori, secondo gli ordini».

A quell’accenno, Kira si rivolse subito al Colonnello. «Perché abbiamo dovuto dismettere l’attrezzatura da battaglia?».

«Non siamo venuti su Bhlyss per combattere i rettiliani, con l’armatura risulteremmo sicuramente più minacciosi. Non perdiamoci in chiacchiere, venitemi dietro».

Andarono incontro a quegli strani rettili acquatici camminando lentamente, senza dare il minimo segno di ostilità.

Quando furono di fronte, i Saytrac li guardarono con i loro occhi senza pupilla, completamente neri. La bolla d’acqua che fungeva da casco per rifrazione ne deformava il volto.

La loro pelle iniziò a cambiare colore: chiazze, macchie e puntini si alternarono a gialli intensi e grigi scurissimi, passando poi velocemente a molte altre sfumature.

«Il loro modo di comunicare» disse Magtauker e accettò l’oggetto che gli offrivano. Si rivolse poi agli Umani, in particolare a Kira. «Vogliono che lo indossiate al posto dei vostri goffi riciclatori».

«Cos’è?».

«Un respiratore, uguale ai loro».

I Terrestri osservarono lo strano equipaggiamento che il Tlazk stava per consegnare a Kira. Sembrava un’armatura protettiva per spalle e torace. Regolabile, con un largo collare adatto ad avvitarci un casco. Il sistema appariva poco ingombrante e leggerissimo.

«Passami una delle tue cartucce d’aria, Terrestre».

Kira obbedì, ancora incerta sulle intenzioni del rettiliano.

Con uno spinotto adattabile, Magtauker forzò la cartuccia e l’aria entrò in circolo in quella strana attrezzatura.

«Fatto, ora puoi indossarlo. Se lo riterrai adatto, ne hanno altri per i tuoi compagni».

Indecisa ma fiduciosa, Kira sganciò la sua pesante bardatura, trattenne il fiato e indossò quell’agile corsetto. Attese che il rettile le passasse un casco.

«Respira, si attiverà automaticamente».

Kira lo guardò, incredula. Se avesse respirato senza un casco, le sarebbe entrata nei polmoni quella fetida miscela di gas velenosi che componevano l’atmosfera di Bhlyss. Sarebbe morta in una manciata di secondi.

«Fidati» la incalzò Magtauker.

Non aveva altre scelte, dovette fidarsi e respirare.

Subito si formò una bolla d’aria respirabile intorno alla sua testa, partendo dal collare..

Era un casco, senza il casco.

«Incredibile, respiro aria fresca.» disse poi Kira. «Questa tecnologia è migliore della nostra».

«È tecnologia Saytrac» spiegò Magtauker. «Loro la usano per attaccarci quando escono dal mare. Hanno una bolla d’acqua intorno alla testa che si rigenera continuamente, come se fossero ancora negli abissi».

Borgen guardò i Saytrac. La loro pelle continuava a mutare colore: rosso fuoco, verde mare e poi grigio, giallo paglierino, amaranto.

«Cosa stanno dicendo?» si informò il Colonnello.

Magtauker osservò per qualche istante quel caleidoscopio cutaneo. «Vi ringraziano per l’aiuto ricevuto in battaglia. Sono venuti perché voi siete qui e sono costretti a darvi la loro protezione nella terra dei nemici Tlazk, cioè noi».

«A fornirci protezione?».

«Così dicono» si incupì lo scienziato. «Ma già sapete che non ne avete bisogno».

Borgen aprì la bocca per controbattere, ma fu catturato da quella meravigliosa invenzione che gli permetteva di respirare senza gli ingombranti riciclatori.

«Quest’affare funziona con qualsiasi miscela fluida o gassosa.» comprese. «Ne analizza un campione e lo riproduce all’infinito, cambiando la chimica dell’atmosfera che lo circonda. Dobbiamo portarlo sulla Terra, è una scoperta importante».

Si volse verso i Saytrac. Lo guardavano da dentro i loro caschi-bolla.

Anche lui li osservò. I loro occhi completamente neri, senza espressione, forse celavano l’intelligenza più grande su Bhlyss. Dei tempi in cui era stato un giovane sottotenente impegnato nella repressione delle rivolte rettiliane alla dominazione imperiale, ricordò come al governo centrale interessassero solo le risorse estrattive e produttive di quel pianeta. Nessun insediamento di coloni, nessuna città con civili, nessun tentativo di terraformazione. Gli Umani avevano pensato solo a depredare, scartando gli ambienti più ostili. Per questo i Saytrac, che vivevano sott’acqua, furono quasi ignorati.

Solo ora veniva a conoscenza di un apparecchio innovativo che i suoi simili avrebbero potuto prendere in qualsiasi momento, ma che, per arroganza e presunzione, si erano lasciato sfuggire. E, adesso, gli antichi nemici gliene facevano dono.

«D’accordo, Magtauker» disse infine il Colonnello. «Comunicagli che accettiamo volentieri la loro tecnologia. Me ne servono molti, di questi aggeggi».

martedì 6 agosto 2024

A quiet place - Day one

 

A quiet place – Day one è il terzo capitolo della saga del silenzio. Detta così sembra qualcosa di formidabile, in realtà è solo una buona idea sfruttata all’esasperazione per ben tre film.

Il primo film mi piacque, la tensione era altissima e il clima di paura faceva tornare in mente Alien. Ma è proprio questo il punto di forza che allo stesso tempo diventa il punto debole: i mostri sono sempre le stesse macchine per uccidere già viste in tanti film, da Alien a Pitch Black fino a Arcadian. Cambia solo il loro aspetto, che comunque è sempre di una creatura che taglia, sbrana, squarta…

L’idea innovativa è che i mostri sono ciechi, ma hanno un udito eccezionale, quindi per sopravvivere bisogna evitare qualsiasi rumore che possa attirarli.

Fare spoiler sui tre film è impossibile, visto che la trama è sempre: state nascosti o vi sentiranno, arriveranno e vi uccideranno.

Il terzo film poteva essere qualcosa di diverso, ci si sarebbe potuti concentrare sul come combattere i mostri. L’apparato militare delle maggiori potenze mondiali, operante da sicuri bunker sotterranei, avrebbe dato spunto per una trama differente e più battagliera.

Oppure si poteva andare sul classico: in molti vecchi film di fantascienza c’era sempre uno scienziato più bravo degli altri che studiava gli extraterrestri, scopriva da dove venivano e scovava il loro punto debole per distruggerli. O magari a risolvere la situazione ci avrebbe pensato l’aitante protagonista… per caso! Come ne Il giorno dei Trifidi, dove le piante assassine venivano annientate dall’acqua di mare.

Il regista di “Un posto tranquillo” (sarebbe bello rivedere i titoli dei film in italiano ogni tanto, per capire meglio di cosa si tratta) ha raccontato in un’intervista l’origine delle creature: provengono da un pianeta avvolto nell’oscurità, che esplose misteriosamente scaraventando le creature nello spazio, protette dai frammenti di roccia. E quei frammenti le hanno portate fin sulla Terra. Anche qui c’è qualcos’altro di rubacchiato da Il giorno dei Trifidi, però girato al contrario. Infatti i mostri vegetali arrivavano con una pioggia di meteore e tutti quelli che avevano assistito alle “stelle cadenti” diventavano ciechi. E pure in Pitch Black il pianeta era al buio e i mostri vedevano comunque le loro prede.

  I mostri sono invulnerabili? No. Sono corazzati ma sensibili alle alte frequenze sonore, che li costringono a esporre parti vulnerabili nascoste sotto il cranio… e se colpiti in quei punti vengono uccisi. Inoltre non sanno nuotare, per cui annegano in acqua. È strano che con due punti deboli così eclatanti e l’arsenale di armi in possesso all’umanità (aerei, carri armati, navi, missili e droni) in tutti e tre i film sia sparita la componente militare. I mostri sono corazzati ma non riescono a perforare le corazze? Quindi ai militari gli fanno un baffo! Questa incoerenza c’è anche in Arcadian, che è un film per certi aspetti copiato da A Quiet place.

In definitiva la trama ha come unico obiettivo rendere credibili le bestie feroci che si pappano i terrestri. Avrebbero potuto essere i velociraptor di Spielberg, la differenza non si sarebbe notata un granché.