giovedì 12 aprile 2018

Steampunk




Bello lo Steampunk! L’esaltazione della meccanica, l’energia elettrica e il magnetismo utilizzati come magia, la forza vapore come sistema principale di locomozione. E soprattutto l’abbigliamento dei protagonisti, direttamente dall’epoca Vittoriana, ma con tanti dettagli che infondono curiosità:

Cilindri provvisti di ingranaggi, occhiali da saldatore e tubazioni che pendono da zaini in latta, qualcuno addirittura col comignolo.

Lo Steampunk è talmente vasto da stordirmi tutte le volte che cerco di capirci qualcosa. Eppure sono convinto che non sia importante capire, perché il suo obiettivo è stupire!

Se le battaglie aeree si combattono con improbabili aerostati a vapore invece dei soliti jet a reazione è tutta un’altra musica. E se i pistoleri duellano con armi a fiamma e i soldati, presi in prestito dalla Prima Guerra Mondiale e rigorosamente con la maschera antigas, guidano Mekka a carbone, è così per confondere il passato col futuro.

A proposito, i sue conflitti mondiali, opportunamente modificati, alimentano un altro genere spettacolarmente grafico: il Dieselpunk.

Questo genere differisce dall’altro principalmente per la forza motrice, che non è più la caldaia a vapore ma il motore a gasolio.












lunedì 9 aprile 2018

Corti Fantascienza



È incredibile quanto le possibilità di creare un’opera, centuplicate dal progresso tecnologico di questi ultimi anni, siano inversamente proporzionali a quelle di visibilità come creativo. E questo in tutti i campi: nella scrittura, nel cinema, nei fumetti e nella musica.

Tuttavia la faccenda è sì incredibile, ma fino a un certo punto. Ciò che è raro, infatti, diventa interessante... mentre tutto quello che abbonda spesso finisce per annoiare.

Chi avrebbe mai immaginato che nel 2018 fare cinema fosse alla portata di tutti? Eppure è così. Sono sufficienti buone conoscenze dei programmi per la grafica digitale, disponibilità economica ma neppure poi tanta e voglia di fare sapendo che non si guadagnerà nulla. O meglio, si guadagnerà in visualizzazioni Youtube e poi... c’è sempre la speranza di essere notati da qualche produzione importante (risate?).

Per quanto riguarda la fantascienza i corti piovono più fitti della pioggia! E io che sono un drogato di Star Wars mi sto divertendo un mondo, non me ne perdo uno. A proposito: per quello su Han Solo hanno trovato un attore che sembra davvero Harrison Ford giovanissimo, peccato che poi la Disney abbia preferito Alden Ehrenreich.







Purtroppo la facilità di accesso a questi prodotti diminuisce l’interesse del pubblico, è un meccanismo perverso ma perfettamente logico. E la stessa cosa accade per i libri, con l’aggravante del dilagare smodato dei film. Che leggi a fare se hai la possibilità di vedere film 24 ore su 24 con Sky?

In questa realtà che rende Fahrenheit 451 incomprensibile ai ragazzi nati dopo il 2000, come mio figlio, resistono solo gli irriducibili.

Gli irriducibili scrivono sapendo che nessuno li leggerà! Scrivono col notebook invece che con la classica macchina da scrivere. Scrivono e continuano imperterriti a scrivere.

Perché lo fanno? 

Beh, non è logico ma è umano, lo fanno per lo stesso motivo che mi fa scrivere questo articolo oggi: perché li diverte.
 






venerdì 6 aprile 2018

Un viaggio nel tempo



Leonardo Cavon era immerso in uno strano sogno.

Era a casa sua, ma non riposava nel suo letto. Infatti era sdraiato dentro una capsula d’ibernazione!

Cuscino comodo, pareti imbottite, un freddo pungente eppure ben tollerato in ogni parte del corpo. In quel sogno navigò tra i ricordi e, oltre al suo nome, recuperò la sua età, sessant’anni, il suo mestiere, ricercatore specializzato in biocriogenia e i tratti di un volto femminile che gli fecero digrignare i denti per il nervosismo.

Quel viso apparteneva alla sua ex moglie.

Era l’unico elemento che stonava col successo raggiunto nella sua maturità: aveva ricevuto il Premio Nobel proprio per aver perfezionato il sistema di ibernazione, era diventato milionario grazie ai diritti sulle scoperte scientifiche, aveva girato il mondo e si era divertito. Forse i soldi avevano contribuito a distruggere il suo matrimonio, ma di questo ormai non si curava più; si rammaricava solo per non aver avuto figli. Gli era stata preclusa quell’immortalità generazionale tipicamente umana che permetteva di sconfiggere il Tempo.

Ma lui aveva inventato un modo più intelligente di sconfiggere quel subdolo bastardo. I legami col suo mondo, vista l’assenza di una famiglia, si erano spezzati. Non aveva più ragioni per vivere nel 2068.

Del resto, nel suo sogno il 2068 era lontano, l’aveva superato da secoli ed era in attesa di vedere un mondo migliore... nel futuro.

In un angolo della sua mente, un pensiero cosciente emerse e pose una domanda impertinente.

Come è possibile che abbia ricordi di un sogno?

Durante il sonno criogenico, la fase REM era del tutto assente. Anche in un sogno, il suo subcosciente di scienziato non avrebbe mai potuto compiere un errore simile. Il fatto che invece lui sognasse poteva significare una cosa soltanto: era davvero dentro una capsula d’ibernazione e la sua coscienza stava riaffiorando lentamente, vicina al risveglio.

Sentì un formicolio diffuso, riuscì a muovere le dita e subito dopo strinse i pugni. Mosse le dita dei piedi, mosse i piedi e le gambe. Aprì gli occhi.

Sul vetro offuscato dal ghiaccio della sua capsula vide proiettati i parametri vitali, erano regolari, colorati in verde. Lampeggiando in blu, alla sua sinistra, apparve il tempo rimanente alla fine del processo di rianimazione: quattro minuti.

Attese trepidante il passare di quei duecentoquaranta secondi. Un getto di vapore annunciò l’attivazione del meccanismo di apertura, il coperchio bianco lucido della capsula con la visiera di vetro posta all’altezza del viso si alzò e fu libero.

Sfortunatamente, si drizzò sulla schiena con eccessiva velocità e batté la fronte sull’apertura che si era sollevata solo per tre quarti davanti a lui.

«Stramaledetta di una...». Lasciò a metà l’imprecazione e si toccò il bozzo cresciuto sulla fronte. «Grazie, Futuro, per questo magnifico benvenuto».

Tra una selva di maledizioni, sollevarsi comportò non poca fatica, a causa dell’età e del lungo intervallo di inattività. Un individuo più giovane avrebbe fatto meglio? Forse. E il supporto di uno staff medico sarebbe stato utile? Certo che sì, ma nessuno poteva prevedere quale situazione l’ibernauta avrebbe incontrato nel futuro, perciò era il computer della capsula che pensava a tutto: sostituiva lo staff medico e l’aveva appena “scongelato”.

Si staccò di dosso uno a uno i sensori a ventosa che servivano per monitorarlo; mise una gamba fuori della capsula, poi l’altra e si alzò in piedi.

Barcollò come un ubriaco. Dovette aggrapparsi a un bordo del coperchio.

Dai, Leonardo, mettici un po’ d’impegno, per la miseria, si incitò al secondo tentativo.

Fece qualche passo incerto, poi divenne più sicuro e fermo sulle gambe. Riacquistò in breve la sua forza, i sistemi di sostentamento criogenico avevano funzionato a dovere. Controllò il display sulla capsula: lampeggiava l’anno 7945.

Gli scappò un fischio di sorpresa. «Sei stata dannatamente efficiente, non per niente ti ho creata io».

Rifilò una pacca alla capsula, quasi fosse stata un vecchio amico. Passato l’autocompiacimento professionale, si guardò attorno. La stanza che fungeva da camera criogenica si trovava nel laboratorio interrato sotto la sua villa, situata alla periferia di Verbania.

Restava una sola cosa da fare: mettere il naso fuori e scoprire com’era il mondo nell’anno 7945.

Di passaggio davanti allo specchio, la sua immagine riflessa lo scandalizzò. I capelli grigi erano in piedi come se avesse infilato un dito in una presa elettrica e la tuta criogenica, finissima e percorsa da tubi cuciti nel tessuto che servivano per completare il monitoraggio dell’organismo, metteva in evidenza con precisione scultorea parti anatomiche di cui non andava particolarmente fiero, come del resto la sua ex.

Anche la pancia prominente lo faceva apparire abbastanza ridicolo. Si diresse all’armadietto in fondo alla stanza, lo aprì, si tolse la tuta, la ripiegò per bene e indossò gli abiti che aveva riposto lì dentro qualche millennio prima: camicia sobria, giacca, pantaloni e scarpe eleganti nere.

Pose una mano sulla cassaforte murata in una parete, affinché il sistema di sicurezza biometrico della casa lo riconoscesse e l’aprisse. Estrasse una decina di custodie in cui conservava la sua collezione di orologi. Aveva lottato per l’intera vita contro il Tempo, ma non poteva fare a meno di avere uno strumento che lo calcolasse.

Scelse il suo modello preferito tra gli antichi esemplari a carica manuale. Gli altri digitali avevano esaurito le batterie che probabilmente non esistevano più in quell’epoca.

Lo impostò sulle dodici, non sapendo l’ora precisa in quella sua nuova vita.

Nel sistemare l’orologio al polso, si soffermò per un attimo a leggere il proprio nome sul cinturino d’oro. Quell’esemplare era stato un dono del suo gruppo di ricerca quando aveva vinto il Nobel. Rivisse con soddisfazione le stesse sensazioni provate nel momento in cui l’aveva ricevuto.

Era un genio, un benefattore dell’Umanità, c’era poco da discutere.

Pettinò i capelli bianchi che gli davano quell’aspetto eccentrico, un po’ da scienziato pazzo, utilizzando il pettine e il piccolo specchio dell’armadietto. Infine si fece coraggio, era ora di andare.


martedì 3 aprile 2018

L'errore Fantasy



La terribile orda del Signore degli Inganni mosse alla volta del Castello di Skarlindarr. Schiere di Goblin indisciplinati marciavano a fianco degli Orchi e dei possenti Troll, gli Stregoni sprigionavano scintille dalle loro mani ossute e i Banshee volteggiavano urlando.
Ad attenderli sugli spalti delle mura c’erano centinaia di arcieri pronti a incoccare le frecce e armigeri decisi a resistere fino alla fine. Dietro il ponte levatoio, cento Cavalieri trattenevano a stento i cavalli col proposito di tentare una sortita.
Fu allora che il cielo divenne cupo e strani nuvoloni preannunciarono un temporale. Gli uomini e i mostri guardarono in su, il tempo sembrò fermarsi, le nuvole esplosero!
Un gigantesco disco argenteo scese producendo uno spostamento d’aria fortissimo, molti guerrieri caddero. Si fermò a pochi metri dal suolo, aprì un portello e allungò una lingua metallica fino all’erba.
Sbarcarono alcuni ometti della statura dei Nani, ma dall’aspetto decisamente differente. Indossavano abiti bizzarri e avevano la testa protetta da una ridicola ampolla di vetro.
Uno di loro parlò una lingua incomprensibile. Si rese conto di non essere stato capito osservando le facce sbalordite dei guerrieri di entrambi gli eserciti.
Armeggiò con un congegno, riformulò la frase e finalmente divenne comprensibile:
“Scusate, crediamo di aver sbagliato epoca e luogo. Non è qui che possiamo incontrare il Presidente degli Stati Uniti per stabilire il primo contatto, vero?”







sabato 31 marzo 2018

La forma dell'acqua



La forma dell’acqua (The Shape of Water), di Guillermo Del Toro, è il miglior film di fantascienza che ho visto quest’anno!

Alla fine, ciò che mi ha colpito meno è proprio la parte fantastica, non originale, visto che di uomini pesce ne passano al cinema almeno dal 1954: ricordate Il mostro della laguna nera (Creature from the Black Lagoon) di Jack Arnold?

Bene, qui le cose sono un pò diverse: il 1962 è ricostruito nei minimi dettagli ma il contrasto con la pellicola del ‘54 sta proprio nel mostrare i difetti di quella società che Happy Days ci dipinse incantata e buonista.

Elisa, muta fin da bambina, lavora come donna delle pulizie in un laboratorio governativo con la sua amica Zelda e condivide l’abitazione con l’amico gay Giles, che fa l’illustratore pubblicitario. Nel laboratorio è tenuto prigioniero un anfibio umanoide e l’unica che riuscirà a stabilire un contatto con lui, prima comunicativo e poi amoroso, sarà proprio Elisa.

Dalla pellicola emerge tutta la discriminazione e la cattiveria di quei tempi e questo è il punto di forza del film: c’è il disprezzo per gli omosessuali espresso dal ragazzo nel bar appena si rende conto che Giles è uno di loro. E subito dopo il razzismo esplicito verso la coppia di colore che si vede rifiutare un tavolo nonostante il locale sia vuoto.

E poi c’è la spietatezza della Guerra Fredda, mostrata non da una fazione, come accadeva nei film americani di un tempo, con i russi cattivi e senz’anima. Ma com’era veramente! Commovente è lo sforzo della spia sovietica Dimitri, che gli americani credono il dottor “Bob” Hoffstetler, per salvare a tutti i costi il prigioniero.

Infine il mostro! Il vero mostro del film non è certo la creatura anfibia catturata in Amazzonia della quale si è innamorata Elisa. Il mostro è il colonnello Richard Strickland, sadico e privo di qualsiasi residuo di umanità.

Il rapporto tra l’uomo pesce e Elisa è romantico e diverso da quello proposto, per esempio, nel serial TV del 1977 L’uomo di Atlantide (Man from Atlantis). Diverso perché è un amore fra diversi e emarginati, alla fine più vero di quello patinato e falso dei belli anni ‘80.

Mark Harris veniva da Atlantide, aveva le dita palmate, il fisico prestante e la faccia che piace alle donne. La dottoressa Elisabeth Merrill era una bellissima bionda, si innamoravano e stravincevano in tante avventure. E tanti saluti ai poveri brutti! Soprattutto al simpaticissimo Victor Buono, che col suo talento reggeva tutto il peso del serial.

Altri esempi di uomini pesce, oltre che nel fantasy con i Tritoni (i maschi delle Sirene), li abbiamo nei fumetti. Per la Marvel Comics c’è il rissoso Namor il Sub-Mariner, un ibrido figlio di un ufficiale della marina statunitense e la figlia dell’imperatore Thakorr di Atlantide. E per la DC Comics c’è l’eroico Aquaman, un altro ibrido figlio di un guardiano del faro e di una donna proveniente da Atlantide.

Tornando a La forma dell’acqua, è un film che merita i quattro Oscar e il Leone d’oro che ha vinto! E c’è un particolare che mi ha sbalordito: negli anni ‘60 gli yankee avevano già il telecomando per cambiare canale alla TV? Certo che sì! Giles ne utilizza uno restando comodamente seduto sul suo divano. E infatti il primo telecomando con cavo di collegamento fu realizzato dalla Zenith Radio Corporation nel 1950. Nel 1956 ne fu brevettato uno senza fili e senza batteria che funzionava a ultrasuoni.







mercoledì 28 marzo 2018

Space Shuttle


Uscire dall’atmosfera terrestre è un’impresa non da poco. Agli albori dell’astronautica vettori statunitensi e sovietici bruciavano tonnellate di carburante per portare in orbita capsule piccolissime.

Eppure, già dagli anni sessanta prese il via un progetto alternativo al classico razzo a tre stadi: lo spazioplano.

Il primo che riuscì a volare oltre la linea di Kármán fu il North American X-15, praticamente un ibrido con caratteristiche sia dell’aereo che della nave spaziale.

  
Forse fu proprio l’X-15 a ispirare gli sceneggiatori della serie TV UFO, realizzata negli anni ‘70. Infatti il Lunar Carrier era qualcosa di molto simile a uno spazioplano, con l’idea innovativa di essere composto di due elementi: il Lunar Carrier trasportava il Moon Shuttle fino ai limiti dell’atmosfera, per poi liberarlo nello spazio.


Il programma americano Space Shuttle, prese tutt’altra strada e spedì nello spazio il Columbia con tre serbatoi provvisti di motore a razzo criogenico, che una volta vuoti venivano abbandonati come già succedeva per gli stadi dei vettori. I sovietici lavorarono a un progetto simile, il Buran (Бура́н) in russo “tormenta”, che però non portarono mai a termine per via del crollo dell’Unione Sovietica.

Gli Space Shuttle sono stati il sistema migliore per raggiungere lo spazio almeno fino agli anni 2000. Purtroppo la flotta ha perso il Challenger e il Columbia in due clamorosi incidenti spaziali e il programma è stato chiuso nel 2011 destinando i superstiti Atlantis, Endeavur, Discovery e Enterprise all’esposizione turistica in vari siti sparsi negli Stati Uniti.



Oggi un’impresa privata, la Virgin Galactic, ha ripreso l’idea dello spazioplano portato in quota da un secondo velivolo di supporto, un po' come accadeva nella serie britannica UFO.

Così lo SpaceShipOne è stata la prima astronave a sganciarsi dalla nave madre, superare la linea di Kármán e uscire nello spazio aperto. Il progetto ha come obiettivo il trasporto di turisti disposti a pagare profumatamente le loro vacanze spaziali. In parallelo, infatti, si sta lavorando alla realizzazione di stazioni orbitanti tutt'altro che scientifiche: saranno alberghi a cinque stelle siderali!



La Virgin Galactic ha costruito anche lo SpaceShipTwo, uno spazioplano migliorato rispetto al suo predecessore.

Chissà che direbbe il comandante Edward Straker del progetto? “Noi è da un pezzo che utilizziamo questo sistema per raggiungere Base Luna, purtroppo l’organizzazione SHADO deve restare segreta e sono costretto a cancellarvi la memoria”.











domenica 25 marzo 2018

Fantascienza o filosofia?





Annientamento (Annihilation) è un film di fantascienza scritto e diretto da Alex Garland, tratto dal romanzo dello scrittore Jeff VanderMerr, vincitore del Premio Nebula per il miglior romanzo 2014 e tradotto in italiano nel 2015 da Einaudi.

Non so se il filosofo sia Garland o VanderMerr, non ho letto il libro, quindi spero che la frittata l’abbia fatta solo Garland. Anche perché si è liberamente ispirato al romanzo, quindi deve aver cambiato parecchio.

Quel che dispiace è il risultato, visto che Garland è lo sceneggiatore dell’ottimo Sunshine e ha scritto e diretto l’altrettanto ottimo Ex Machina.

Qui, purtroppo, sembra essere impazzito!

Il suo film è troppo filosofico e dimentica volutamente le cose concrete. Parla dell’autodistruzione degli individui, è una chiara metafora sul cancro e sul suo espandersi senza possibilità di essere fermato. Ma chi voleva vedere un film di fantascienza (come me, per esempio) è ancora qui a chiedersi che fine abbia fatto la logica.

Perché scrivo queste cattiverie? Perché sono un pompiere, il meno qualificato a giudicare scrittori e registi, ma più informato di altri su come devono essere gestite le emergenze NBCR. So che la zona interessata deve essere suddivisa in Rossa (area interdetta per pericolo incombente), Arancione (area potenzialmente pericolosa) e Gialla (area non pericolosa interdetta solo ai civili). E so che si entra nelle aree contaminate con tutte le protezioni disponibili. Addirittura in presenza di raggi gamma, per i quali non ci sono protezioni, si entra a tempo, in modo da distribuire le radiazioni su più operatori e ridurre gli inevitabili danni.

In questo film, invece, si comportano tutti in modo demenziale! I militari, gli scienziati, il governo degli Stati Uniti!

Un meteorite ha impattato un faro sulla spiaggia contaminando una vasta area, si capisce dalla cappa fatta di bolle di sapone che incombe e si espande lentamente.

Che fa il governo per indagare? Da tre anni invia soldati equipaggiati con mimetica, zaino e fucile mitragliatore, che trovano ogni sorta di indizio di contaminazione extraterrestre in grado addirittura di modificare il DNA di animali e vegetali… e muoiono.

Quando un sergente, unico superstite della sua squadra, torna con evidenti problemi fisici, a qualcuno viene l’ideona: non mandiamo più uomini, mandiamo una squadra di donne, che è tutta un’altra cosa!

Possibile che a nessuno venga in mente che il faro è sulla spiaggia? Una spiaggia enorme, perfetta per atterrarci con un elicottero o sbarcarci con un mezzo anfibio, in modo da ridurre i tempi di incursione e poter indossare tute ermetiche con riserva d’aria?

Forse non è venuto in mente a nessuno perché il regista era concentrato sul dramma di Lena e Kane, sull’infedeltà di lei e sulla gelosia di lui. E sulla loro conseguente tentazione di autodistruggersi: lei per il rimorso e lui per l’amarezza della delusione.