giovedì 1 agosto 2024

Pianeta Archon

 

 


 

Quando gli esuli della Terra arrivarono, Zeist avvertì la loro presenza. Li sentì avvicinarsi nello spazio. Vide che viaggiavano a bordo di uno strano ammasso metallico e li osservò mentre entravano in orbita attorno al suo mondo. Attese per capire quali fossero le loro intenzioni, quindi per qualche giorno non successe niente.

Percepì che stavano raccogliendo informazioni biologiche e ambientali. Immaginò che fossero esploratori.

Fu preso dalla frenesia, voleva a tutti i costi esplorare l’universo e questi esseri erano in grado di farlo. Un tempo ci aveva provato, aveva tentato di vedere più da vicino le stelle. Purtroppo non era riuscito ad andare molto lontano perché le sue unità Zeist, appena si allontanavano dall’insieme Zeist, morivano.

Da quel giorno triste aveva capito di essere legato in modo totale al suo mondo e si era convinto di non poter conoscere l’ignoto come avrebbe voluto. Adesso, però, per un incredibile colpo di fortuna, l’ignoto era venuto a cercarlo.

Rifletté meglio sui visitatori, non erano come lui e assomigliavano agli altri che in passato erano venuti, avevano sorvolato il pianeta e non erano scesi. Non gli avevano dato la possibilità di comunicare e lui si era molto dispiaciuto.

Come allora, anche in quel momento avvertiva una moltitudine di menti indipendenti affollate nell’ammasso. Si chiese come facessero ad andare d’accordo, senza rischiare di disturbarsi a vicenda, visto che ognuno aveva pensieri propri.

Passarono altri giorni e la sua curiosità crebbe. Purtroppo i visitatori si mantenevano nello spazio stando fuori dal suo raggio d’azione. A quella distanza percepiva le loro menti, ma non riusciva a leggere i loro pensieri.

Zeist era solo da sempre. E quella moltitudine di altri accese la sua eccitazione.

Erano una novità che a lui interessava molto, perché finalmente avrebbe potuto confrontarsi con un diverso modello di intelligenza.

Decise di agire.

Si avvicinò ai visitatori utilizzando gli Zeist che aveva costruito per esplorare lo spazio. Erano rossi scarlatti e avevano un corpo durissimo, resistente al vuoto assoluto, ali ricurve adatte al rientro nell’atmosfera e pinne longitudinali nella parte anteriore, per mantenere l’assetto in volo.

Con queste unità, Zeist si avvicinò all’ammasso in orbita, si fermò a distanza di sicurezza e fu certo di essere stato individuato perché sentì che là dentro parlavano di lui. Non fu intrapresa però alcuna azione concreta nei suoi confronti, per cui, con molta cautela, cominciò a leggere i loro pensieri.

Ricavò notizie essenziali in pochi attimi. L’ammasso metallico era un’astronave da carico: il Conestoga C-723, un vascello inadatto a uno sbarco e, soprattutto, inadeguato a trasportare passeggeri, tuttavia molto più facile da rubare rispetto alle gigantesche navi turistiche. Di tutte queste parole assimilò in fretta il significato grazie alle immagini che attraversavano le menti che stava analizzando. Capì che il vascello era stato rubato a una compagnia mercantile e utilizzato per la fuga. Non comprese da cosa stessero fuggendo perché in quel momento erano tutti concentrati sullo studio del suo mondo.

Qualcuno memorizzò le informazioni trasmesse da una macchina.

Sistema stellare triplo Alfa Centauri… stella nana rossa Proxima Centauri… pianeta Proxima 2 classificato come Archon… unico pianeta con caratteristiche simili alla Terra… risultati delle analisi dell’atmosfera… respirabile ma con sostanze moderatamente tossiche… necessario l’uso di maschere a filtro”.

Ormai, grazie alla comparazione dei pensieri e delle immagini lette nelle menti dei visitatori, Zeist aveva decifrato il loro modo di comunicare. Si chiamava linguaggio, avveniva mediante suoni e usciva da una cosa chiamata bocca.

All’improvviso ci fu un rumore secco, seguito dal fragore continuo dei motori in accensione. Zeist si spaventò e d’istinto tornò sul pianeta. Cominciò a diffidare dei visitatori e decise che se fossero scesi sarebbe rimasto nascosto, a osservarli.

Così fece, ma con lo sguardo puntato al cielo, aspettando l’arrivo. Non aveva considerato l’idea che i visitatori potessero danneggiarlo, non ci aveva nemmeno pensato. Eppure essi potevano anche arrivare con intenzioni ostili. Quindi decise che se fosse stato necessario, si sarebbe difeso.

Dalle nuvole sbucò l’enorme astronave che subito azionò una serie di razzi frenanti per tentare l’atterraggio. Il sibilo che accompagnava la discesa era impressionante. Dovevano essersi resi conto di non avere altra scelta e sapevano che anche se la manovra fosse riuscita, la nave non sarebbe più potuta ripartire, quindi erano destinati a restare per sempre sul pianeta o a morire nel tentativo di atterraggio.

Zeist li osservò con curiosità. Erano dei pazzi! Non avevano certo dei corpi-copia al sicuro da qualche parte in cui continuare a pensare. Se fossero morti, la loro esistenza sarebbe finita quel giorno. Fu inorridito da quel pensiero, lui non avrebbe mai rischiato tanto.

L’astronave scese sempre più lentamente fino ad arrivare quasi a fermarsi, sospesa a poche decine di metri dalla superficie con il fragore dei motori ormai divenuto insopportabile. Fu una lotta disperata contro la gravità. I getti di carburante incandescente dei razzi la contrastarono finché poterono, ma alla fine furono vinti e l’astronave precipitò, schiantandosi al suolo. Ci fu un forte boato, la struttura cedette, le lamiere si contorsero e si sollevò tanta polvere.

Quando essa si disperse, il silenzio calò sul relitto.


***


Larsson aprì il portello. Per la precisione, lo fece saltare, perché i comandi di apertura erano bloccati. L’aria esterna entrò nei corridoi e saturò l’ambiente. Si voltò verso i suoi compagni: «Ragazzi, indossate le maschere a filtro e non tenete in vista le armi, ci sono almeno venti creature là fuori, non voglio che ci considerino ostili. Però occhi aperti…».

Lentamente uscirono. Si guardarono intorno. Il cielo era coperto da una fitta coltre di nubi verdi che Proxima Centauri riusciva appena a passare con la sua luce arancione. Tutto intorno non si vedevano montagne, c’era solo un’immensa pianura su cui torreggiavano giganteschi vegetali dai tronchi contorti che s’intrecciavano formando figure abbastanza tetre. A varie altezze e sulla loro sommità si ergevano piattaforme ricche di materiale bianco che, visto da lontano, pareva soffice e caldo.

«Sembrano enormi funghi» disse l’uomo accanto a Larsson.

«Già. Non avevo mai visto un ambiente più alieno di questo».

«Non avevi mai visto un ambiente alieno, punto. Non ti sei mai mosso dalla Terra.»

«Intendevo dire neppure negli olofilm. Hai visto dove sprofondano i tuoi funghi?».

Larsson fece qualche passo verso il più vicino, almeno a un centinaio di metri da loro. Entrava dentro un cratere immenso e anche gli altri, più indietro, spuntavano da crateri simili.

Attaccati alle cortecce e al terreno, ben saldi come se avessero forti radici, c’erano strani palloni semitrasparenti, mollicci e pieni di venature rosse, parevano contenere un fluido.

«Quella là dentro sarà acqua?»

«Se ci sono i vegetali, l’acqua c’è per forza. E se sta là dentro sarà più facile prenderla».

Larsson indicò il lungo solco alla loro destra. Si avviarono per indagare. Appena lo raggiunsero capirono di essere sull’orlo di una voragine. Forse si trattava di un fiume e l’acqua scorreva proprio là in fondo, a chissà quale profondità. Ossian alzò lo sguardo sull’orizzonte e vide altri solchi che s’intersecavano tra loro, alla maniera di una fitta rete di canali, con in mezzo crateri e funghi colossali. Tutto era avvolto in una leggera nebbia.

«Ossian, puoi aggiornarmi sulla situazione?» fu la richiesta via comunicatore, dal relitto.

«Ancora non abbiamo stabilito alcun contatto con gli alieni, Zac. E più mi guardo in giro e più rimpiango la Terra. Qui il villaggio vacanze è veramente brutto».

«Non avevamo molta scelta, mi pare».

«Vero. Speriamo almeno che il gioco valga la candela».

«Siamo vivi. Questo è già abbastanza per me».

D’un tratto, Larsson s’accorse della creatura che lo osservava a una distanza di circa dieci metri. Stava dritta davanti a lui e gli puntava addosso i suoi sei occhi; avvertì subito la presenza di altre creature simili, in avvicinamento alla prima.

«Abbiamo visite» disse uno dei suoi compagni. E fece per estrarre la pistola dalla fondina.

«Fermo!» lo bloccò Larsson.

Le creature emersero completamente dalla nebbia. Erano aracnidi alti tre metri, con una grossa testa piatta, il busto era solo un pretesto per tenerci attaccate sei gambe, anzi, quattro erano di sicuro gambe, mentre le altre due, le anteriori, sembravano braccia. Un particolare lo colpì: non avevano la bocca e non c’era niente di alternativo che ne facesse la funzione.

Eppure, nonostante l’aspetto mostruoso, fu sicuro di non avere di fronte delle bestie. Osservò quegli occhi che lo guardavano e in quello sguardo riconobbe un inconfondibile guizzo di intelligenza. Si fece coraggio e cercò di stabilire un contatto.

«Veniamo in pace…» annunciò. «Forse non comprendete la mia lingua, ma spero che in qualche modo si possa comunicare. Vogliamo solo diventare vostri amici».

Non ci fu nessuna reazione, gli aracnidi rimasero immobili.

A Zeist i suoni emessi dal brutto alieno diedero fastidio. Comprendeva ogni cosa, ma un conto era sentire dialoghi lontani e un altro era sentirli così da vicino. Non riusciva a sopportarli.

Entrò nella mente dell’alieno e lì trovò paura, tensione e avversione per il suo aspetto. Non si stupì, anche loro non erano certo piacevoli da guardare. Continuò a curiosare finché si accorse dello stupore che causava. L’alieno si era reso conto dell’intrusione, era disorientato… e allora Zeist si ritrasse, perché temette di fargli del male. Decise di tornare nella sua mente, ma solo per iniziare la comunicazione.

Avete armi, volete usarle contro di me?pensò l’alieno.

Larsson sentì arrivare la voce come fosse portata dal vento. Fu un contatto tanto strano che per un momento ne restò turbato. Poi riconobbe il primo approccio telepatico e si sforzò di pensare un discorso, lo scandì ben chiaro, meglio che poté.

Noi veniamo dal pianeta Terra. Siamo fuggitivi. Laggiù non c’è più posto per noi, per via delle nostre idee che contrastano con quelle di un regime terribile. Restare avrebbe significato non avere un futuro e forse morire. Per questo motivo siamo venuti qui. Siamo stati costretti. Abbiamo le armi, è vero, ma non le useremo… ti chiediamo ospitalità. Siamo in pochi e abbiamo solo bisogno di un piccolo spazio per insediare una colonia”.

Guardò preoccupato i ragni e questi non si mossero di un millimetro. Temette di non essersi spiegato bene e lo temettero anche gli altri Umani. L’uomo accanto gli mise una mano sulla spalla: «Chi ci dice che non ci faranno a pezzi, Ossian? Sarà meglio indietreggiare finché siamo in tempo».

Zeist ebbe un sussulto, i ragni s’irrigidirono e un nuovo messaggio arrivò nelle menti del gruppo: “Pensate, non parlate. C’è una distorsione nella vostra voce che non sopporto”.

Va bene, va bene. Così va meglio?” pensò Larsson.

Sì, molto meglio”.

Puoi dare una risposta alla mia richiesta d’asilo?”.

La risposta arrivò.

E non fu diretta solo a lui, arrivò in tutte le menti umane nello stesso istante.“Zeist ha trovato nuovi amici! Potete restare a patto che io impari da voi ciò che conoscete, a modo mio”.


***


I Terrestri cominciarono a scendere dal Conestoga, a scaricare le loro cose e a curare coloro che si erano feriti durante il naufragio. In tutto scesero dal relitto novecentottanta persone.

Zeist li aveva accolti ed era divorato dalla curiosità. Aveva la possibilità di accrescere la sua conoscenza, era entrato in contatto con esseri sconosciuti, stranissimi, completamente diversi da lui, ed erano a sua completa disposizione.

Iniziò subito. Si mise a leggere i pensieri di uno di loro, poi di un altro e poi un altro ancora. Aumentò la velocità di lettura, diventarono cinquanta, cento, duecento. Alla fine entrò in tutte le menti disponibili e assimilò notizie con sempre maggiore bramosia.

Accumulò una quantità incredibile di informazioni sulla Terra e sugli uomini, e anche sulle donne… L’esistenza di due tipi di Umani, molto diversi tra loro, lo lasciò colmo di stupore. E scoprì che queste due unità così diverse avevano bisogno l’uno dell’altra, ma non come gli Zeist, per creare un collettivo. Il loro obiettivo era completarsi a vicenda, pur rimanendo individui indipendenti. Questo concetto non gli era ancora del tutto chiaro, però si ripromise di approfondirlo. Aveva già capito come facevano i Terrestri a riprodursi e perché alcuni di quelli che scendevano dall’astronave fracassata erano più piccoli degli altri, li chiamavano bambini. In pratica, concluse che si trattava di piccoli uomini in fase di costruzione.

Pensò con soddisfazione che avrebbe avuto molto da fare negli anni successivi.

 

Il romanzo è disponibile su Amazon in ebook e cartaceo

sabato 22 giugno 2024

L'ultimo giapponese


 

Continuo a scrivere, come l’ultimo giapponese che combatte su un’isola dimenticata del Pacifico nonostante la guerra sia finita da tempo. Scrivo ma solo quando ne ho voglia e scrivo solo fantascienza, anche se nessuno la legge più. Perché la fantascienza si vede al cinema, straripante di effetti speciali, è inutile cercarla sulle pagine di un libro.

Sto scrivendo qualche racconto breve e qualcuno un tantino lungo. Li invio alle selezioni per le antologie ma non mi aspetto niente, sono stanco di aspettare. Ho già preparato la copertina per il volume che autopubblicherò, dopo non aver ricevuto segnali di vita dai ricettori del materiale che ho inviato.

L’immagine è la prima che non ho disegnato io, questa l’ha creata l’Intelligenza Artificiale. So bene che è piuttosto banale, ma a me piace. E poi non è che le mie immagini, quelle disegnate per gli altri miei libri, siano dei capolavori. Sicché questa va benissimo.

Intanto proseguo nel mettere insieme parole, chissà che non mi venga in mente qualcosa di veramente forte. Oppure, forse l’unica cosa di forte potrebbe venirmi sotto forma di mal di testa...

venerdì 31 maggio 2024

Atlas

 


Atlas è un film ottimo di fantascienza Netflix, per niente originale, ma visivamente impressionante.

La trama è un mix di Terminator e Starship Troopers, con atmosfere che spaziano da Alien a StarWars. Un bel frullatone, insomma.

In un lontano futuro gli uomini sono in guerra contro le macchine (proprio come succedeva con Skynet), ma questa volta non è la rete a controllare la tecnologia, bensì un singolo androide. Questa è già una contraddizione e comunque viene bypassata con hackeraggi e schermature antivirus, per spiegare come fanno gli uomini a fidarsi delle macchine se altre macchine gli si sono rivoltate contro. Un altro punto debole sono i robot, che a volte sembrano invincibili e altre volte sono più deboli degli inutili stormtrooper di Star Wars. I T-800 e i T-1000 incutevano sicuramente tutt’altra soggezione.

La cosa che intristisce sono gli esoscheletri, già visti in molti videogiochi e soprattutto in Avatar. Sono azzeccati e verosimili, senza alcun dubbio, ma intristisce il fatto che non siano stati pensati per il film che meglio li avrebbe rappresentati: quel Fanteria dello Spazio (Starship Trooper) del 1997. I marine spaziali che combattevano in canottiera, elmetto e simil-Thomson oggi proprio non si possono vedere. Chissà, forse sarebbe il momento di un bel reboot più fedele al libro di Robert A. Heinlein.



mercoledì 1 maggio 2024

Un racconto di fantascienza

 



DEMONI

© 2016 Marco Alfaroli.

 

I quattro predoni fuggivano a bordo della piccola lancia pirata, inseguiti dai Guardiani della Legge.

Il vascello corsaro aveva avuto la peggio nel conflitto con i galeoni della Confederazione. Ora, gli ultimi superstiti si arrangiavano per sopravvivere e scappavano, scappavano come mai avevano fatto prima.

I quattro non avevano una meta precisa ma si dirigevano verso qualsiasi sistema stellare si fosse presentato sulla propria rotta. Non sapevano se gli altri ce l’avrebbero fatta.

La loro astronave era liscia, affusolata e aveva un armamento leggero che non le permetteva una grande difesa. Contro i pesanti intercettori dei Guardiani, quindi, l’unica carta da giocare era la velocità. Bisognava trovare in fretta un pianeta che offrisse un riparo e fosse fuori dalla loro portata.


A bordo dell’intercettore Y-1X3, il Guardiano Xidriako manovrava con le sue tre mani le leve per il mantenimento dell’assetto. Si volse verso il Guardiano Vestrano.

«Non devono sfuggirci! I pirati sono un virus che non deve diffondersi».

Aveva, come il suo compagno, tre occhi posti alla base del collo e una bocca carnosa che sporgeva da sopra l’enorme testa bluastra.

«Guarda! Hanno scelto il terzo pianeta di questo sistema» strepitò il Guardiano Vestrano.

«Non devono arrivarci, abbiamo l’ordine di non interferire con le civiltà primitive. Se arrivano là, li perdiamo».

Viaggiando a velocità incredibile e roteando continuamente in modo da essere un bersaglio difficile, l’astronave dei predoni aveva già superato la Luna e ora puntava dritta sul bellissimo pianeta azzurro.

«E allora?» disse il Guardiano Vestrano. «Posso friggerli prima che ci arrivino».

Manovrò il complicato sistema di leve che aveva davanti e un intenso fascio di luce gialla partì come un dardo dalla prua dell’intercettore.

L’esplosione che ne seguì illuminò lo spazio. Quando la nuvola di polvere e il risucchio di particelle cosmiche si dissolsero, però, si vide scivolare di lato ancora indenne la piccola lancia pirata.


«Ce l’abbiamo fatta!» esclamò il predone alla guida. «Ormai non ci prendono più! È fatta, stiamo entrando nell’atmosfera».

La pelle dei quattro era color rosso fuoco, ricoperta di placche e corna. Le due più grandi spuntavano dalla fronte. Erano umanoidi che sembravano arrivare dall’inferno.

La lancia scese in picchiata e si tuffò nella fitta coltre di nuvole. Dietro di lei i tre intercettori dei Guardiani si fermarono.

«Li abbiamo persi. Che facciamo, li inseguiamo?»

«No!» disse il Guardiano Xidriako «chiama il Primo Guardiano e chiedi istruzioni».

«Bene».


Il prete Elia chiuse la Bibbia. La sua mano ossuta rimase appoggiata sopra la pelle del libro come un artiglio. Lentamente alzò gli occhi al cielo notturno, cupo e nuvoloso, dilaniato da bagliori lontani che annunciavano l’avvicinarsi di una tempesta.

«Questa notte è dominata dal maligno, lo sento» disse.

Un lampo improvviso illuminò la sua faccia scavata e piena di rughe. Subito dopo arrivò il tuono, assordante.

Si alzò dalla panca avvolto nel saio e si avvicinò alla finestra senza vetri dell’Abbazia.

Guardò giù. Il panorama sottostante era punteggiato dal fuoco dei roghi accesi qualche ora prima. Elia, l’inquisitore, quel giorno aveva arrestato e bruciato le streghe più pericolose della zona. L’odore acre di carne bruciata che arrivava fin lassù gli donò un senso di sollievo. La sua missione era compiuta, per oggi. Ma domani?

Decise che doveva tornare dai suoi fedeli.

Scese con precauzione le scale, salutato con rispetto da tutti i monaci che incontrava. Aveva molti acciacchi per via dell’età che cominciava ad essere veneranda. Tuttavia era sempre sostenuto dalla sua fede incrollabile.

Un armigero gli andò incontro appena uscì dalla porta della torre. Era un armigero preoccupato che parlò con deferenza:

«Padre, si sta avvicinando la pioggia. I roghi si spegneranno».

«Satana oggi è stato sconfitto, figliolo. Non devi temere l’acqua perché è opera di Dio».

Il prete avanzò di qualche passo e superò i cavalieri dalle bardature variopinte e gli scudi con l’emblema del signore del feudo, i soldati, e tutti i villici accorsi per assistere al rogo.

Si fece il segno della croce e guardò verso il cielo, forse sperando di scorgere un segno divino.

Un lampo attraversò le nubi e fu chiaro a tutti che il temporale era in arrivo. Le nuvole ribollirono e vomitarono un oggetto scuro e affusolato che da dietro sputava un intenso fuoco azzurro.

Un brusio di meraviglia si levò dalla folla che non aveva mai visto niente di simile.

L’astronave sorvolò il paese, il Castello e l’Abbazia, poi atterrò proprio davanti al gruppo di persone immobilizzate per lo stupore.

Il vapore e la polvere lentamente si diradarono mostrando l’enorme massa di ferro fermo davanti a loro.

Un rumore metallico ruppe il silenzio: un meccanismo fece scendere il portone da sotto la pancia dello scafo come fosse un ponte levatoio.

Gli esseri che erano all’interno si apprestarono a uscire. Alle loro spalle c’era un’intensa luce bianca.

Scesero lungo il ponte ma quando furono all’incirca a metà si fermarono. La platea osservava in silenzio il rosso scarlatto della loro pelle e le due grosse corna sulla fronte.

«Perché hai deciso di fare questa discesa spettacolare? Non era meglio capire prima se gli indigeni sono pericolosi?» chiese un predone a quello dei quattro che doveva essere il capo.

«Per far colpo. Non vedi come stanno zitti? Con tutta la tecnologia che mostriamo, li avremo ai nostri piedi, vedrai».

Indicò le cataste in fiamme che illuminavano la notte.

«Guarda, adorano il fuoco. Sacrificano a lui i loro simili, lo temono. Noi dobbiamo solo dimostrare che dominiamo il fuoco».

Sprezzante e beffardo il predone impugnò la sua pistola a raggi e la puntò contro un albero. Sparò, incendiandolo.

L’effetto non fu quello desiderato: il brusio di voci che veniva dai presenti aumentava e tutti ammiccavano verso i nuovi arrivati più con sospetto che con paura.

«C’è qualcosa che non va» disse un predone. «Il tuo colpo non li ha impressionati».

«Forse hai ragione, forse è meglio rientrare nella lancia e ripartire».

Il prete Elia si fece avanti in mezzo alla gente e cominciò a urlare con uno sguardo da invasato che non prometteva niente di buono.

«Il Demonio è uscito dalle viscere della terra e vuol farci credere di essere disceso dal cielo. Guardate gli emissari di Lucifero: rossi e pieni di corna... loro sono il male che divorerà i vostri cuori. Non facciamoci ingannare! Dio ci mette alla prova, siamo i soldati del Signore? Dimostriamolo e distruggiamo il maligno!»

«Non capisco una parola di quello che dice l’essere decrepito, ma credo che qui si metta male» disse un altro predone che si affrettò a estrarre la pistola.

Una freccia lo trapassò in pieno.

«Ahhhh!»

Il suo sangue viola uscì copioso e lui si accasciò. Fu subito soccorso dagli altri, che lo sorressero.

«Dentro! Presto! Chiudiamo il portello!» urlò il capo. Tutti e tre iniziarono la ritirata, trascinando il ferito e sparando all’impazzata. Incendiarono alcuni dei nativi che gli arrivavano addosso, ma erano troppo numerosi e non sembrava che il pericolo di essere inceneriti li spaventasse.

Il portello si richiuse, ma almeno cinque o sei di quei pazzi scatenati, erano ormai riusciti a entrare. Mentre il capo predone avviava i motori per tentare una fuga disperata, a bordo si scatenò la battaglia. Le armi a raggi, in un combattimento corpo a corpo, non sono il sistema migliore per difendersi, mentre il colpo di una mazza ferrata o il fendente di una spada, a quella distanza, possono avere effetti devastanti.

La lancia decollò, ma il suo volo era incontrollato. Forse chi era in grado di pilotarla non era più tra quelli rimasti vivi.

Dopo un paio di acrobazie non volute, precipitò in vite schiantandosi al suolo dietro il bosco. Un boato e una nuvola di fumo nero ne annunciarono la fine.

Il prete Elia esultò per il suo successo nella difesa della Fede.

«Avete visto? Dio ci ha dato la forza per respingere il Diavolo, per ricacciarlo negli inferi dove deve stare. Le nostre anime sono salve, preghiamo».

Tutti s’inginocchiarono facendosi il segno della croce, abbassarono la testa e rimasero a mani giunte, bisbigliando preghiere.


Nello spazio i tre intercettori dei Guardiani avevano ricevuto le istruzioni e si apprestavano a eseguirle.

«Abbandoniamo la ricerca, te l’avevo detto che non possiamo interferire con popolazioni non ancora pronte».

«Lo so, ma temo che quei pericolosi pirati possano recare più danno ai nativi di quanto potesse causarne la nostra intromissione» rispose il Guardiano Vestrano grattandosi il testone.

Il Guardiano Xidriako pensava la stessa cosa, ma sapeva che la Legge non si poteva infrangere. Attivò le leve per invertire la rotta della nave. Poi con un lampo sfrecciarono via tutti, alla velocità della luce.

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sabato 20 aprile 2024

Rebel Moon - Parte 2: La Sfregiatrice


 

 

Rebel Moon: La Sfregiatrice è il secondo tassello perfetto della Saga dei Magnifici Sette nello spazio. Se in Rebel Moon: Figlia del Fuoco c’era il reclutamento di pistoleri e guerrieri per difendere il villaggio dei contadini di Mara, una luna che orbita attorno al gigante gassoso Veldt, in questo secondo capitolo c’è proprio tutto il vecchio e classico film western trasportato nella fantascienza e amplificato dai mirabolanti effetti speciali. Gli eroi hanno caratteristiche da fumettone che appassionano gli amanti del genere come me: Tarak Decimus spicca per la sua somiglianza con Conan il Barbaro e infatti combatte a colpi di ascia i nemici armati di fulminatore laser. Nemesis è senza dubbio la versione femminile di Britt, il lanciatore di coltelli del classico degli anni ‘60. Kora è il “lupo” indomabile che deve assolutamente sconfiggere il terribile ammiraglio Atticus Noble.

Le varianti principali rispetto all’originale, che si notavano già dal primo capitolo, sono la Resistenza (molto simile alla Ribellione di Star Wars) e il potentissimo esercito oppressore del Mondo Madre (molto simile all’Impero di Star Wars). Dal momento che la vicenda dei Magnifici Sette si conclude in questo secondo capitolo con alcuni caduti, è ovvio che il terzo film necessario al completamento della trilogia (ma pare che siano in progetto addirittura sei episodi) tenderà a una lotta coraggiosa della Resistenza, magari guidata da Kora, contro il Mondo Madre. E quindi all’inevitabile paragone con la Saga di George Lucas.

Nel film ci sono alcuni punti deboli, uno su tutti l’incomprensibile attenzione dei cattivi per il grano dei contadini. La banda di messicani che depreda i poveri peones era plausibile, ma un potente impero che perde tempo con quattro zappaterra è piuttosto inverosimile.

Inverosimile è anche la velocità con cui i contadini imparano a maneggiare le armi e a combattere corpo a corpo e infatti nella battaglia si comportano come veri soldati, mentre nel classico western del 1960 contribuivano molto meno in aiuto degli eroi.

Eppure, prima di criticare il poco realismo della vicenda, bisogna pensare al genere Space Opera a cui stiamo assistendo. Qualcuno ha mai preteso realismo da Guerre Stellari e dai suoi sequel, prequel, spin-off e serie Tv? Han Solo che usciva sempre per un pelo da tutte le situazioni difficili e gli Stormtrooper che non riuscivano mai a colpire qualcosa erano verosimili? Il punto di forza di questi film è lo spettacolo e l’entusiasmo che ci riempie al pensiero di “arrivano i nostri!”.

Due ore di divertimento garantito e l’attesa per il terzo capitolo, probabilmente nel 2025, sono l’aggettivo giusto per questo film.

sabato 13 aprile 2024

Fallout

 


Fallout è la miglior serie TV che mi è capitato di vedere negli ultimi anni, leggermente sciupata dalle continue e fastidiose “interruzioni limitate” di Amazon Prime. Nonostante io sia un accanito fruitore di videogiochi non ho mai giocato a nessuno dei vari Fallout (il capostipite risale addirittura al 1997). E forse è proprio la mia totale ignoranza della trama che mi fa amare ancora di più la serie, forse i colpi di scena mi stupiscono perché è come se fossi arrivato ieri sulla Terra e mi avessero mostrato a bruciapelo, per la prima volta, Mad Max oltre la sfera del tuono!

Fallout rientra nel genere Atompunk ed è un frullato di molte cose già raccontate nella fantascienza, però il segreto di una ricetta non sono solo gli ingredienti, bensì come questi vengono mescolati. Infatti Fallout sprizza novità da tutte le parti!

Fare spoiler su qualcosa che è in giro da ventisette anni è piuttosto ridicolo, per cui se di seguito illustro genericamente l’ambientazione, commettendo di sicuro qualche errore, non farò certo danni all’opera. Comunque, consiglio a chi non vuol perdersi nemmeno una sorpresa, di lasciare immediatamente questa pagina.

Il XXI secolo della Terra alternativa in cui si svolge l’ucronia è rimasto cristallizzato nell’estetica e nella cultura americana degli anni ‘50 (probabilmente anche il resto del mondo è rimasto fermo ai suoi anni ‘50). La tecnologia ha fatto passi da gigante in senso retrofuturistico, per cui sembra quasi di rivedere i vecchi cartoni dei Jetsons. La Guerra Fredda non è finita con la caduta del muro di Berlino, l’Unione Sovietica e la Cina sono ancora i nemici terribili del Capitalismo e negli Stati Uniti continua senza sosta la caccia alle streghe. Nel 2077, quello che sulla nostra Terra abbiamo sempre temuto e per fortuna non è mai successo capita all’improvviso nella Terra alternativa: scoppia la Terza Guerra Mondiale, ovviamente termonucleare. E distrugge la civiltà umana. Duecento anni dopo, il mondo è diviso tra i sopravvissuti di superficie, contaminati, alcuni mutati in Ghoul (dei non morti cannibali simili agli Zombi) e i discendenti dei ricchi, rimasti per generazioni al sicuro nei Vault sotterranei, in attesa di poter ricolonizzare l’America quando le radiazioni saranno divenute sopportabili. Gli abitanti di superficie ricordano molto i postapocalittici della serie Mad Max e l’ambientazione western si nota a prima vista. Questo non si può certo definire originale, come i mostri generati dalle radiazioni, eppure va tenuto conto che si tratta della materia prima dei videogiochi sparatutto (nonostante Fallout faccia parte del genere “sopravvivenza”). Un gioco molto simile per mostri e ambientazione postapocalittica è Metro 2033, dal libro di Dmitrij Gluchovskij.

Un altro elemento importante di Fallout è la confraternita d’acciaio: un ordine neo-cavalleresco sorto dalle ceneri dell’esercito americano. Ricordo ancora che la mia curiosità per il videogioco, mentre scorrevo i titoli sugli scaffali di Gamestop, derivava dall’armatura del cavaliere in copertina… molto simile a quella degli Space Marine di Warhammer 40000. E le differenze tra i due tipi di soldato meccanizzato non sono poi troppe, quelli di Fallout comunque ricordano di più i cavalieri medievali e hanno perfino lo scudiero. Nella serie fanno venire in mente subito Iron man.

I personaggi principali della serie (non tutti presenti nella serie di videogiochi) sono il Ghoul ex Cooper Howard, la fuoriuscita dal Vault Lucy MacLean e lo scudiero Maximus. Le loro storie s’intrecciano continuamente nel dipanarsi di una trama stillata come le carte del poker, questo fa sì che lo spettatore resti incollato allo schermo con la voglia di sapere cosa succederà dopo. A estinguere questa voglia ci pensa Prime, con le fastidiose interruzioni pubblicitarie.

La mia speranza è che il prodotto abbia una fine e rientri in non più di quattro stagioni, come fu per The man in the high castle. A proposito: la serie The Boys è apparsa un tantino stanca nella terza stagione e forse sarebbe il momento di chiuderla con la quarta, sparando gli ultimi clamorosi colpi di scena.

lunedì 1 aprile 2024

Magliano Alpi, comunità energetica

 


 

Che bella Magliano Alpi innevata, a pochi giorni da quello che speriamo sia un fantastico 2026. Tutte le volte che attraverso il centro con la macchina nuova ripenso a quanto fossi stupido a rifiutare il progresso. Come quando il Sindaco vietò il transito alle auto a carburanti fossili e io feci il diavolo a quattro perché volevo andare a Carrù senza aggirare Magliano. Ero cocciuto oltre che stupido! Ero uno stupido dinosauro cocciuto in un mondo che cambia. Mi vergogno tantissimo. Anche perché poi ho saputo che dai comuni vicini si può venire a caricare gratis l’auto elettrica e io, che vivo a Rocca de’ Baldi, ne ho subito comprata una. Per ottenere sempre il pieno di corrente gratis è stato sufficiente registrarsi al sito del comune e credo di essere stato tra gli ultimi a farlo. Comunque ho deciso di mettere anch’io i pannelli solari sulla casa, voglio contribuire!

Nel 2020, il comune aderì al “Manifesto delle Comunità Energetiche per una centralità attiva del Cittadino nel nuovo mercato dell’energia”, promosso dall’Energy Center del Politecnico di Torino e piazzò un impianto fotovoltaico da 20 Kwp sul tetto del Palazzo comunale condividendo l’energia pulita prodotta. Il passo successivo fu montare un altro impianto sul tetto della palestra comunale, poi il resto venne da sé. Nel corso degli anni tutte le case montarono pannelli fotovoltaici sui tetti mettendo in condivisione l’energia prodotta. Grazie agli incentivi statali molte case furono ristrutturate raggiungendo la classe energetica A4 e gli impianti di riscaldamento a metano furono abbandonati per passare ai condizionatori, tanto la corrente qui non la paga nessuno! A proposito, i fornelli delle cucine sono tutti a induzione e i pompieri non saranno mai più chiamati per fuga gas a Magliano.

Parcheggio l’auto davanti alla pizzicheria, compro sempre un panino imbottito e una birra prima di andare al lavoro. L’aria fresca (anche piuttosto freddina per via della nevicata) che si respira è molto diversa da quella che si respirava prima del 2020. Si sente che lo smog non c’è più, perché nonostante non ci fosse il traffico di Cuneo lo smog c’era comunque, subdolo e disturbante. A proposito, chissà come arrivano i rifornimenti ai negozi, con camion elettrici? Quando da CER passarono a CER2 coinvolsero anche le aziende, magari c’è un intermediario fuori città che provvede a rifornire usando trasporti elettrici, chissà. Oggi, comunque sono passati a CER3 e molti altri comuni italiani hanno iniziato a imitare questo.

Entro nella pizzicheria, saluto.

«Ciao Mario, mi fai il solito?»

«Certo, tupunin col bisecon, giusto?»

«Sì, però fammene un paio, sennò resto con la voglia. Prendo una birretta piccola dal frigo».

«Fai pure. Li hai già messi i pannelli sul tetto?»

«No, vengono a montarmeli la settimana prossima».

«Dovresti trasferirti qui da noi, con la corrente gratis ci siamo dimenticati cosa siano le bollette».

«A parte quella dell’acqua».

«Eh, quella è trimestrale. Mi tormenta poco».

«Comunque non potrei venire a stare qui, chi ha una casa se la tiene stretta o la vende a prezzi esorbitanti».

«Peccato, mi sei simpatico. Ecco qua, tupunin pronti!»

Prendo i viveri, pago, saluto e esco dal negozio. Rimpiango quei pochi minuti che ho passato al calduccio del condizionatore mentre il freddo di dicembre mi arriva in faccia. Salgo in auto, che parte senza fare alcun rumore e proseguo sulla strada principale fino a fine città. Mi accorgo che sto uscendo da Magliano quando inizio a vedere qualche tetto senza pannelli fotovoltaici. Ormai anche tanti cittadini dei comuni vicini hanno aderito al progetto, ma non tutti.

Devo fare ancora 6 km prima di arrivare a Carrù ed ecco che incrocio un TIR che sbuffa gas di scarico come una locomotiva a vapore. Quando tutti i comuni saranno come Magliano il mondo sarà un posto migliore.