giovedì 2 settembre 2021
Là dove nessun uomo è mai giunto prima
sabato 28 agosto 2021
High Life
Come si fa a parlar bene di un film così? Trama da LSD, effetti speciali da fan film, l’astronave che sembra il frigorifero di mia nonna, tute spaziali che hanno la chiusura ermetica solo sul davanti e dietro sembrano il cappuccio dei frati. Il mio, più che un giudizio negativo, è un appello a guardare altro, per salvare quelli che non l’hanno ancora visto e evitare che gettino due ore del loro tempo nel cesso!
La lentezza con cui procede la pellicola è esasperante e l’occhiolino a 2001: odissea nello spazio (c’è, latente ma c’è) farà sicuramente rivoltare il povero Kubrick nella tomba.
Eppure, nonostante lo shock iniziale, ho perseverato incuriosito dal come sarebbe andato a finire. A dieci minuti dai titoli di coda ho iniziato a chiedermi: “non lo faranno mica finire come temo?”. Ebbene, è finito proprio come temevo che finisse e ho chiuso Prime, sconfitto, devastato…
Oggi scopro che è un film del 2018 (Prime l’ha astutamente preso scontato nel 2021) e quella di seguito è la prima parte della seriosa recensione di Comig Soon che smentisce le mie poche righe di protesta da telespettatore bufalo:
Esperimento in cui Claire Denis ha voluto nobilitare con contenuti intellettuali, in grado di soddisfare il suo pubblico di riferimento, una confezione e un canovaccio vicini a quelli dei b-movie, High Life è un fim dalle grandi ambizioni, l'eleganza rigorososa (notevole la fotografia di Yorick Le Saux) e le ambizioni eccessive (come quella di mescolare Tarkovskij alle ossessioni tematiche della francese: quella della convivenza e della compenetrazione con l'altro, di un'umanità che si sfrutta e cannibalizza e si destina all'annichilimento totale).
Sempre seriosissimo, con personaggi spesso piatti e fastidiosi, High Life conta su un'ottima prova di Robert Pattinson, e su una prima parte dove essenzialità e astrazione funzionano bene, prima di cedere il passo alla sovrabbondanza dei nodi intellettuali che devono arrivare al pettine. (Federico Gironi - Comingsoon.it)
Allora, visto che il mio articolo postato nel gruppo facebook fantascienza ha scatenato le ire degli intenditori del settore (Uahahahaha!) i quali mi hanno accusato di non capire la fantascienza e neppure il film e visto che sono stato bloccato nel gruppo fino al 4 settembre solo per aver protestato in modo civile, ho deciso di abbandonarlo postando uno screenshot ricordo qui, in territorio amico.
Attenzione Spoiler
Sono convinto che un buon film o un buon libro non si misurano solo dal “messaggio metaforico” che esprimono, ma anche da quanto riescono a rendere credibili i fatti raccontati.
Per questo elenco quelle che, secondo me, sono incongruenze gravi, alle quali gli “intenditori” dal bannamento facile non hanno voluto replicare.
1) Che senso può avere raccogliere tanto sperma dai galeotti per far nascere un essere umano a miliardi di chilometri dalla Terra? Sarà un bambino solo, condannato a un’esistenza triste. E lo scopo scientifico quale sarebbe? E poi, di sperma, ne bastava anche meno...
2) L’astronave ospita una decina di galeotti e neppure una guardia. I galeotti non hanno nessuna mansione di pilotaggio, chi guida l’astronave? Un Hal 9000 muto? E ha senso portare questi individui ai confini dell’universo, visto che non possono avere competenze per raccogliere dati, campioni, elaborare teorie scientifiche? Soldi buttati per punire dei delinquenti o un sistema come un altro per girare due ore di film? E perché, visto che sono ingestibili, non iniziano a fare come gli pare dopo qualche mese di navigazione?
3) Lanciare una navetta in volo kamikaze dentro a un buco nero ha lo scopo scientifico di vedere l’effetto che fa?
4) Il galeotto di colore, sopravvissuto oltre al protagonista e alla bambina, si suicida addormentandosi sul terriccio. Cos’è, una lezione per ricordarci che il nero non deve mai arrivare in fondo a un film?
E niente: puoi anche chiedere a amici e parenti regolarmente iscritti in questo gruppo di difenderti dagli insulti degli intenditori/moderatori di film piuttosto strani, puoi pregarli di commentare o postare stando attenti a non infrangere il regolamento del gruppo, tanto anche se seguono alla lettera le tue indicazioni, i moderatori/dittatori li bloccano, li zittiscono, li censurano infischiandosene allegramente del regolamento che loro stessi hanno messo. Che tristezza e che omini piccoli piccoli...
mercoledì 11 agosto 2021
I pirati della galassia
I pirati della galassia è un film del 1984, conosciuto anche come I pirati dello spazio. Il titolo originale è The Ice Pirates ma da noi uscì solo in videocassetta in un paio di versioni e di conseguenza con due titoli diversi. A me capitò di sicuro una VHS copiata (c’erano molti videonoleggiatori all’epoca che erano più pirati di quelli del film). Quindi, la videocassetta “ciucciata” pagata per originale, sommata al terribile e insensato 4:3 dell’Home video, non mi permise il superamento dei primi cinque minuti di visione. Diciamo che al film fu riservato un immeritato trattamento da cane bassotto e infatti in pochi se lo ricordano.
Eppure, rivisto oggi e paragonato ai tanti film di serie B realizzati imitando Guerre Stellari, si può dire che non fu certo il più brutto.
Parliamo a grosse linee della trama, semplice e spensierata: il Comandante Supremo (John Carradine), con i suoi templari, vuole distruggere le ultime riserve idriche rimaste nell’universo per controllarne la diffusione al mercato nero. Ma i pirati del ghiaccio depredano le astronavi del cattivone per dissetare i più bisognosi. Sono i buoni e più che pirati sembrano appunto gli eroi di Sherwood.
Gli effetti speciali sono sufficienti, anche se chi realizzò i modellini non riuscì a pensare con originalità. Una nota curiosa sono i raggi laser, neri con l’alone di luce azzurra. Sicuramente alternativi a quelli di Star Wars e tuttavia visivamente meno efficaci.
Il punto di forza del film è certamente l’ironia: non disponendo di un budget all’altezza, i produttori puntarono sul semiserio (quasi demenziale) e in effetti spesso si sorride.
La comicità si nota subito nel primo abbordaggio, quando i pirati del capitano Jason (Robert Urich) irrompono nella parte di nave adibita ai bagni, passando davanti a uno sbalordito alieno seduto sul water! La ciurma, poi, è tutta un programma: Roscoe (Michael D. Roberts) è il fedelissimo del capitano e anche il più scherzoso. Zeno (Ron Perlman) è un alieno lucertola… se gli tagliano una mano non mette l’uncino, tanto gli ricresce. Maida (Anjelica Huston) è praticamente una gladiatrice che affetta chiunque non gli vada a genio. I robot marinai, sono di una stupidità incredibile: c’è quello che se la fa addosso per la paura (olio motore, ingranaggi e viti) e quello che, interrogandosi su un bullone, lo svita finendo smontato.
Memorabile il vichingo nero con accoliti al seguito che assalta, sul pianeta desertico, il mezzo motorizzato di Lady Frog in perfetto stile Mad Max.
Fin dall’inizio si capisce che sboccerà l’amore tra la principessa Karina e Jason, i due si punzecchiano come accadeva tra Leia e Han Solo e, nella seconda parte del film, finiscono a letto col simulatore di tramonti, oceani e temporali acceso. La pioggia li renderà fradici di passione.
Purtroppo l’effetto parodistico arriva all’esagerazione, soprattutto nel finale, con l’abbordaggio nell’iperspazio e l’accelerazione temporale che fa invecchiare i protagonisti durante la battaglia. Qui si rischia davvero il ridicolo! A proposito, Karina rimane incinta! Si capisce durante l’accelerazione temporale, quando nasce il bambino, cresce e infine torna a salvare i genitori ormai vecchissimi.
Il fatto che i robot dei pirati e quelli dei templari siano praticamente identici crea un po' di confusione durante le schermaglie. Inoltre l’abbigliamento, volutamente anacronistico, avrebbe potuto essere un tantino rielaborato. Invece i templari indossano proprio la cotta di maglia, la sopravveste e l’elmo conico! E naturalmente i pirati sono vestiti come quelli di capitan Silver o di Barbanera, completi di sciabole, scimitarre, pugnali e asce.
L’incontro con le immancabili amazzoni introduce il buffo personaggio dell'Imperatore Wendon (Bruce Vilanch), praticamente una testa che finge di avere un corpo. Ne troverà finalmente uno di suo gusto agganciandosi a un robot danneggiato negli scontri con i templari.
Una considerazione a parte va fatta per il poster, divinamente disegnato strizzando l’occhio a Indiana Jones (perfino i caratteri del titolo sembrano citarlo).
Alla fine il film è piacevole e, come Guerre Stellari, è un miscuglio di generi conditi con tanta fantascienza. Ebbe solo la sfortuna di arrivare tardi, quando ormai c’erano stati L’Impero colpisce ancora, Il Ritorno dello Jedi e le imitazioni Battaglie nella Galassia, Capitan Rogers nel 25° secolo e I magnifici 7 nello spazio, che avevano finito per rovinare la piazza.
Secondo me sarebbe bastato il poster ad assicurare la sala, invece, le critiche estremamente negative negli USA e il flop al botteghino frenarono i nostri distributori, che spesso distribuirono roba terribilmente peggiore.
domenica 1 agosto 2021
Echo Heads di Simone Colombo
In un mondo ormai al collasso, un cyborg hackerato e costretto a sentire come un essere umano, Ati-Shiba, è suo malgrado custode del segreto del progetto Deus Genesis, dalle implicazioni apocalittiche. Nel futuro, dopo Catastrofi leggendarie di cui nessuno conosce le cause, un ricercatore in viaggio studio su Marte, Mihir, e una biologa della cyberfauna marina sulla Terra, Uma, seguiranno le voci nella loro testa fino alle inevitabili ripercussioni di un pericoloso gioco con lo spaziotempo.
"Mi piace immaginare scenari che temo, ma che non vedo l’ora di esplorare. Echo Heads è nato così, portando alle estreme conseguenze l’ossessione umana per il dominio della creazione e la distopia di un mondo rinato alle prese con la sua seconda possibilità". Simone Colombo anticipa con queste parole l’uscita del suo prossimo romanzo Echo Heads, edizioni BookTribu, in libreria da sabato 3 luglio.
L’autore dimostra una vera capacità narrativa in un romanzo corale dove l’ossessione umana per la creazione si spinge a tal punto da arrivare al misticismo tecnologico. Non solo fantascienza quando in un mondo ormai al collasso, un cyborg hackerato è costretto a sentire come un essere umano: l’approfondimento psicologico a confronto con una realtà catastrofica, porta il lettore a riflettere sul futuro che l’umanità sta costruendo. Sullo sfondo, la distopia di un mondo rinato dalle proprie ceneri alle prese con la sua seconda possibilità. E permangono sempre, al di là di ogni avvenimento e a possibili conseguenze apocalittiche, le radici nelle quali ci riconosciamo come esseri umani: l’amore e, soprattutto, la speranza.
Il libro è inserito nella collana Blackout, curata dallo scrittore Gianluca Morozzi che commenta: “Ogni lettore si può approcciare a un libro in maniere totalmente differenti. C'è chi vuole essere rassicurato, e chi vuole essere sorpreso. Chi legge sempre lo stesso genere, rimanendo su binari consueti e conosciuti, e c'è chi cerca strade nuove. Questo romanzo vi porta in territori inesplorati, prende la fantascienza, la macina e la rigira secondo un personale estro e vi conduce in mondi nuovi, oltre l'infinito. Non fatevi spaventare, fate come me: seguite l'autore".
Simone Colombo, laureato in Storia dell’arte, fotografo per attitudine, vive a Bologna dove lavora nel campo della comunicazione. Si è occupato di recensioni di narrativa per la rivista Argo. Nel 2016 ha pubblicato il suo romanzo d’esordio Radio Heads, edizioni Il Foglio Letterario. Nel 2017 è presente nell’antologia Nel tempo e nello spazio, a cura di Gianluca Morozzi, con il racconto La strada più lunga.
Titolo: Echo Heads
Autore: Simone Colombo
Editore: BookTribu
Collana: Blackout, a cura di Gianluca Morozzi
Prezzo: € 18,00
Data di uscita: 3 luglio 2021
Il libro sul sito dell'editore
mercoledì 14 luglio 2021
I figli di Mu
I figli di Mu è un romanzo di fantascienza scritto da John W. Campbell nel lontano 1935. Fa parte del ciclo Aarn Munro il gioviano, composto da altri due romanzi: Avventura nell’iperspazio e L’atomo infinito.
Riletto oggi appare ingenuo, le astronavi si muovono grazie alla corrente elettrica e la guerra nello spazio si svolge come una battaglia navale. Ma sono proprio questi alcuni dei punti di forza che fanno di Campbell un mostro sacro della fantascienza: lui immaginò per primo cose che altri hanno copiato tanti anni più tardi! L’iperspazio di George Lucas è rubato a Campbell, la Flotta Astrale di Star Trek si ispira a quella dei magyani oltre che, più banalmente, alla Flotta degli Stati Uniti. E i tefflani, sono cattivi stereotipati tanto quanto i klingon.
La prima parte del romanzo può risultare noiosa a un giovane lettore, visto che spreca apparentemente molte pagine per spiegare il funzionamento dell’astronave in maniera pseudo scientifica. Eppure basta rivedere uno qualsiasi dei film di fantascienza del dopoguerra per capire quanto fossero apprezzate queste “lezioni di teoria” all’epoca, in alternativa all’azione.
Aarn Munro è uno scienziato gioviano dalla stazza eccezionale, dovuta al fatto di essere nato e cresciuto su Giove e quindi aver sopportato una gravità di 2,358 g per tutta la vita. Certo, oggi questo fa sorridere, su Giove è impossibile perfino atterrare, figuriamo viverci! Però bisogna guardare la cosa dal punto di vista di uno scrittore figlio del suo tempo, come fu per H. G. Wells. E bisogna tener conto della prospettiva dell'uomo comune rispetto a quel poco che si sapeva sul sistema solare. Infatti quando pubblicarono La Guerra dei Mondi, i marziani pareva dovessero attaccare la Terra da un momento all’altro e il programma radiofonico di Orson Welles scatenò il panico.
Tornando a I figli di Mu, appena i nostri eroi guidati da Aarn Munro solcano la galassia a bordo della Sunbeam, incontrano gli ostili tefflani con le loro terribili astronavi affusolate. E subito scatta la guerra! Non è possibile intavolare rapporti diplomatici con creature spregevoli, rosse, inumane, provviste di coda e corna. Lo stereotipo impazza e subito viene in mente Flash Gordon, il pianeta Mongo e il suo “bello uguale a buono” e “brutto uguale a cattivo”. In pratica come gli elfi, gli uomini e, anche se bassi e barbuti, i nani, contro goblin, orchi, troll e spettri ne Il Signore degli Anelli di J. R. R. Tolkien. La letteratura fantastica del tempo era quella e affascinava proprio perché fatta così.
La traduzione del libro è alquanto vintage e molte frasi suonano fesse nel 2021, chissà se in inglese il paragone temporale regge un tantino di più?
Man mano che il romanzo procede, diventa sempre più evidente la visione egocentrica del cosmo e infatti scopriamo che Ma-jhay-anhu è la razza madre del pianeta Terra e i magyani sono i discendenti degli abitanti di Mu (Mahu, il continente perduto). Tsu-Ahs, l’ultimo grande capo di Ma-jhay-anhu, come Zeus e Giove, scagliava mortali globi di energia elettrica. Da qui il suggerimento che le mitologie greca e romana siano nate dalle gesta dei figli di Mu. Gesta molto più che bibliche, visto che Tsu-Ahs spedì gli uomini in ogni angolo della galassia, per creare tante colonie e avere più forza per combattere i tefflani. A proposito, la razza Teff-Hellani esiste da sempre nelle viscere del mondo e consiste in diavoli pelosi, carnivori, procreatori dei caproni. Simpatica, vero?
Di seguito un breve estratto per comprendere quanto, l’azione narrata in un libro così datato, ricordi Guerre Stellari:
“Una vampa luminosa, che riusciva quasi dolorosa fisicamente, colpì Aarn Munro che si mosse inquieto e quindi balzò in piedi. Si trovava di fronte al finestrino di controllo e, all’esterno, poteva vedere sei navi, ciascuna lunga una settantina di metri, di forma affusolata, ad ago, con una piccola cabina di comando e un anello di proiettori a prua. E ogni nave puntava la prua verso la Sunbeam solo di tanto in tanto, quelle navi avevano un guizzo laterale e quindi tornavano nella posizione di prima, cioè orientate decisamente verso la Sunbeam. E da quelle navi partivano potenti raggi di luce azzurrina che investivano l’astronave sperimentale di Spencer.”
Interessante la spiegazione sull’estinzione dei Neanderthal: i membri della razza madre che rimasero sulla Terra si stabilirono nel continente oggi chiamato Europa, persero la loro civiltà e si trovarono a lottare contro altri umani, tarchiati, bassi, incredibilmente brutti e cannibali per giunta. Dallo scontro tra magyani e Neanderthal ebbero origine le leggende sugli orchi e il mito di quegli uomini bestiali esiste tuttora. I magyani non erano Sapiens, o meglio, erano identici ai Sapiens che incontrarono in Africa e in America. E regredirono al livello di quei selvaggi dopo lotte numericamente impari, finendo per fondersi con loro.
L’arrivo sul pianeta Magya, con le sue lune, protetto dalla flotta in assetto difensivo, meriterebbe una lunga e spettacolare scena hollywoodiana al cinema. E il territorio sorvolato dalla Sunbeam, cosparso di chiazze di devastazione radioattiva, sottolinea l’aspra guerra in atto da vincere assolutamente.
Ormai i terrestri sono perfettamente integrati nello scenario bellico e mettono a disposizione dei buoni le loro scoperte: gli accumulatori antigravità, l’atmosfera magnetica che rende inerti le torpedini Shal e ferma i fulmini globulari, e infine il raggio collettore. E i tefflani assaltano con le onde ultrasoniche e altre terribili armi di distruzione di massa. Siamo in piena Space Opera!
Quello
che colpisce, durante tutta la vicenda, è la totale sicurezza che il
nemico sia malvagio fino al midollo e debba essere annientato. I tefflani sono tecnologicamente evoluti, eppure ogni tredici lune
fanno una cerimonia in onore del dio Pakka, durante la quale bevono
il sangue di un nemico catturato e mangiano la sua carne. E nel caso
non abbiano sottomano il malcapitato prigioniero si nutrono di uno
della loro stessa razza! Orrore, brivido e raccapriccio! Non a caso i
terrestri li definiscono “i maledetti musi rossi”, un po' come
avveniva con gli odiati nemici nipponici “i maledetti musi gialli”
durante la Seconda Guerra Mondiale. Da notare che lo scrittore si riferisce ai tefflani come "esseri di un'altra razza" ma, a giudicare dal loro aspetto, dovrebbero far parte di un'altra specie!
Aarn prepara un piano d’attacco genocida che prevede l’uscita dall’orbita delle due lune Ma-ran e Ma-kanee, per farle precipitare la prima contro la luna Teff-ran e la seconda contro il pianeta Teff-el.
E il colpo di scena? I tefflani sferrano un attacco a sorpresa contro Magya, bombardandola con ordigni che sviluppano tenui fiamme azzurrine, apparentemente innocue, che però spargono un catalizzatore che combina l’azoto con l’ossigeno e incendia l’atmosfera. Ma il chimico terrestre Carlise, come faceva sempre lo scienziato Zarro, trova la soluzione. Neutralizza l’arma nemica e salva il pianeta dei buoni. E naturalmente che fanno i buoni nelle pagine successive? Compiono il genocidio! Scagliano le lune kamikaze contro il mondo nemico scatenando una fornace che ingoia ogni forma di vita: soldati, civili, eventuali cani e gatti alieni...
La fantasia è fervida, tuttavia la mentalità è piuttosto coloniale, razzista e sprezzante nei confronti delle diverse forme di vita. Pensare che una guerra non termini con la resa del perdente, ma col suo totale annientamento è qualcosa di tremendo.
Dopo tutte queste riflessioni spero che nessuno me ne voglia se ho osato criticare uno scrittore classico e soprattutto se ho fatto spoiler. Anche perché se dal 1935 c’è ancora qualcuno che non ha ancora letto il libro e si lamenta per lo spoiler... Beh, merita solo un cespuglio di schiaffi.
domenica 4 luglio 2021
La Guerra di domani
Attenzione: alto tasso di spoiler!
La guerra di domani è un film altamente spettacolare, dagli effetti speciali perfetti, visivamente impeccabile, che però si poggia su una sceneggiatura che fa acqua da tutte le parti. La prima cosa che mi è venuta in mente durante l’avanzare della pellicola è stato il vecchio videogioco Ps3 Resistance: Fall of man, del 2006. L’orda di Idre Bianche del film somiglia a quella dei Chimera e, come accade nel gioco, guarda caso, è scaturita dalla Russia! Fin qui non ci sarebbe niente di male, tranne il rimpianto per aver bruciato quella che fu una buona idea videoludica, dalla quale non fu mai tratto un film.
Se i Chimera sono chiaramente senzienti, impugnano armi e pilotano astronavi mentre si divertono a sterminare gli umani, le Idre Bianche sono semplicemente bestie feroci trasportate sulla Terra da alieni rettiliani cugini del rettiliano Trandoshano Bossk! La loro astronave fracassata viene scoperta tra i ghiacci in Cina, verso la fine del film, e resta il dubbio che la terribile arma di distruzione di massa non fosse neppure stata confezionata per noi.
Eppure, fin dall’inizio vien da chiedersi il perché di tante cose: perché li umani del 2051 ritornano nel 2021 a chiedere ciccia da cannone per combattere i mostri senza cervello? Qualche megatone sparso da un aereo non sarebbe stato meglio del mettere un mitra in mano al lattaio, alla parrucchiera e al pensionato e spedirli tutti insieme direttamente al loro funerale?
Come in ogni film di fantascienza che si rispetti lo scienziato (in questo caso la scienziata, figlia del protagonista) trova il punto debole degli extraterrestri, in modo da distruggerli in un colpo solo prima dei titoli di coda. La soluzione è una tossina da iniettare soprattutto alla femmina, più grossa e letale dei maschi. Però, anche qui ci si chiede, perché essere costretti ad avvicinarsi a un cespuglio di zanne e artigli grosso quanto un bisonte, se il bombardamento aereo è sufficiente ad annientarne a dozzine? E perché addentrarsi nell’astronave piena di Idre avvolte negli schifosi ovuli gelatinosi, iniettare il veleno a qualcuna e far incazzare le altre, se poi è sufficiente far saltare in aria tutto per risolvere la situazione?
Nel 2016 ho scritto il romanzo Il Male della Galassia, seguito de Il Pianeta di Zeist. E ho raccontato l’aggressione della Terra mediante un’orda di mostri zannuti e artigliati non troppo dissimili dalle Idre Bianche del film. Anche i miei sono animali trasportati da astronavi pilotate da qualcun altro, infatti la “sorpresa” è chi li ha inviati, non certo l’orda. Se mi hanno involontariamente copiato significa che sono un genio che aveva avuto un’idea fantastica? Neanche per sogno. Significa che sia io e Zach Dean non abbiamo pensato niente di originale, visto James Cameron girò Aliens: Scontro finale nel 1986 e Graham Baker girò Alien Nation nel 1988. Magari li abbiamo visti entrambi?
giovedì 1 luglio 2021
Fatherland
Fatherland è un bel film per la televisione tratto dal romanzo omonimo di Robert Harris e racconta una ucronia simile a The man in the high castle (in Italia La svastica sul sole) di Philip K. Dick.
Come nel romanzo di Dick anche in Fatherland la Germania nazista ha vinto la seconda guerra mondiale, tuttavia non è stato un trionfo dell’Asse sugli Alleati grazie al bombardamento di Washington, Londra e Mosca con ordigni atomici. Si è giunti piuttosto a un armistizio con gli Stati Uniti e la guerra con la Russia non è mai finita.
La storia alternativa che disegna la nuova geografia del mondo è abbastanza credibile: il Giappone è sconfitto nel 1945 con i bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki, ma nel 1946 il Terzo Reich lancia un missile a lungo raggio V3 che esplode sopra New York senza far vittime. Si tratta di un’azione dimostrativa e una minaccia di rappresaglia se non si porrà immediatamente fine alle ostilità. Inizia così la Guerra Fredda tra l’America vittoriosa nel Pacifico e la Germania vittoriosa in Europa.
Nel film il protagonista Xavier March, agente della Kriminalpolizei, è interpretato da Rutger Hauer e questo è un punto che scricchiola nella vicenda. Infatti nel 1994, quando furono girate le riprese, l’attore aveva cinquant’anni tondi e si vedeva eccome! La domanda è: avrebbe potuto, un tedesco cinquantenne nel 1964, non sapere che gli ebrei erano stati assassinati nelle camere a gas durante il conflitto? Un attore più giovane avrebbe reso più credibile il personaggio, che è assolutamente ignaro dell’Olocausto? Forse sì, anche se i comizi di Hitler li avevano sentiti perfino i bambini. Chissà se un diciottenne, allo scoppio della guerra imbarcato su un sottomarino e spedito negli abissi...
Bé, tirata per i capelli, un attore più giovane avrebbe rappresentato chi, nato durante la guerra e cresciuto nella propaganda, finisce per credere alla falsa realtà del regime. E viene subito in mente il personaggio di Johannes Betzler del bellissimo film Jojo Rabbit. Magari troppo giovane, certo, ma che rende l’idea di cosa voglio dire.
Tornando a Fatherland, il protagonista è un ex comandante di U-Boot, che quindi ignora il genocidio perché la guerra l’ha fatta tutta sott’acqua (senza mai emergere neppure per vedere il tempo che fa) e anche dopo, a fine guerra, ha continuato a vivere sui fondali fino all’inizio del film. È entrato nella Kripo subito dopo i titoli di testa senza mai incrociare neppure per sbaglio uno stronzo della Gestapo e magari farsi qualche domanda. Comunque, tralasciando queste quisquilie, inizia a indagare sulla misteriosa morte di un gerarca nazista, viene ostacolato dalla Gestapo, ma riesce a scoprire il tremendo segreto che Adolf Hitler vuole tenere nascosto al presidente Joseph P. Kennedy durante la visita nel Terzo Reich. E cioè lo sterminio degli ebrei, visto che la Germania aveva raccontato al mondo che erano stati “risistemati” in strutture costruite in Ucraina.
Nel film Xavier March, stremato e gravemente ferito, riesce a consegnare all’ambasciatore statunitense il plico con le prove dei crimini nazisti e poi muore. Nel romanzo, invece, consegna i documenti con le prove a una giornalista americana e fugge nel bosco con la pistola impugno inseguito dalle SS, in un finale aperto ad un eventuale seguito.
Tutto sommato, nonostante la poca credibilità del protagonista, il film è vedibile.








